S. King, Shining
Chiunque avesse deciso di dare il nome della dea della bellezza e dell’amore ad un giorno alla fine della settimana aveva certamente poco chiaro cosa significassero davvero le parole “venerdì mattina”. Mentre lentamente socchiudeva le palpebre pesanti come macigni, Diana non si sentiva né bella né colma d’amore. Semmai, si sentiva uno straccio. Come ogni venerdì mattina. Mente confusa, ossa doloranti, tutto il suo corpo sembrava ricordarle che aveva passato un’altra orribile settimana lavorativa, tanto orribile da non lasciarle la minima possibilità di godersi il weekend. Effettivamente, “fine settimana” per Diana ormai significava “turno di notte” o, al massimo, “stare sdraiata sul divano senza avere le forze per uscire”. Per poi arrivare al lunedì. Il giorno della luna. Ecco, pensò Diana mettendosi faticosamente a sedere (evitando di guardare il grosso numero lampeggiante sullo schermo della sveglia, che beffarda segnava le cinque) quello sì che è un nome appropriato. Il giorno in cui sai che per un’altra settimana non avrai scampo. Il lunedì si sentiva sempre furente, rasente alla follia, come un animale che cammina volontariamente verso la sua gabbia sapendo che non gli sarà più concesso di uscire per altri sette orribili giorni. Marta, l’unica amica che avesse in mezzo al nido di serpi inacidite in cui lavorava, le aveva fatto una scherzosa diagnosi.
“Tu non solo sei meteopatica, Diana. Sei lunatica. Il tuo umore cambia a settenari come la febbre tifoide”. Aveva ragione.
Trascinando i piedi, Diana si diresse verso il bagno del piccolo monolocale in affitto in cui abitava da quando aveva deciso di intraprendere la fulgida carriera di infermiera. All’inizio non era stato così pesante: dopo aver brillantemente superato i tre anni d’università era stata assunta all’Istituto Europeo di Oncologia e, nonostante tutto, si era trovata bene. Sì, era sempre a contatto con persone che vedevano ogni giorno il loro corpo modificarsi con terrore, stava ore, giorni in un ambiente che odorava di morte, ma si sentiva fortunata, poteva davvero dare una mano, poteva alleviare le sofferenze di molti. Ma questo idealismo verso il suo compito di assistenza e contatto con i bisognosi era andato pian piano a spezzarsi. Era stata trasferita in un altro reparto ed era cominciato il declino. Si era ritrovata improvvisamente in mezzo a carogne acide che amavano sfogare la loro frustrazione sulle uniche due colleghe più giovani, lei e Marta. E se quest’ultima era la personificazione antropomorfa dell’ottimismo e non la si riusciva a scalfire nemmeno con il mobbing più accanito, Diana si era presto trovata a odiare quasi tutti i suoi colleghi con una forza e un’intensità tale da farla quasi vergognare. I medici, cinici e altezzosi, tutti presi dal loro senso d’onnipotenza, davano ordini e nemmeno salutavano. Le colleghe anziane, che spesso si ritrovavano a prendere ordini da un dottorino che ne sapeva meno di loro, si sfogavano su di lei con un accanimento davvero ammirevole. E poi c’era LEI. Sua Altezza La Caposala. Diana non si stupiva molto del fatto che quella donna fosse una carogna fin nel midollo: per dirigere un gruppo di iene inferocite ce ne voleva una ancor più cattiva. Ma Sua Altezza la odiava, le dava sempre i turni peggiori e le attribuiva tutti gli errori delle altre, che si coprivano a vicenda. In quelle condizioni i lamenti dei pazienti le riuscivano insopportabili, le loro morti le venivano odiose. E il senso di colpa la divorava, perché sapeva che avevano bisogno di lei, ma le sembrava di non poter mai fare abbastanza. Aveva già provato a chiedere il trasferimento, ma era stata affibbiata a quel reparto per mancanza di personale e non si poteva tornare indietro. Aveva provato anche in altri ospedali, ma la tanto declamata mancanza di infermieri non doveva essere così grave, perché era ancora bloccata lì. Diana era in trappola. Era una sensazione orribile, sentirsi ingabbiati, senza possibilità di fuga. A volte la rabbia repressa le pulsava nelle vene come un’orribile bestia pronta ad esplodere. E quel venerdì mattina la frustrazione la teneva in piedi nonostante la stanchezza e fu solo grazie a quella sensazione pulsante e a tratti insostenibile che riuscì a trascinarsi in reparto.
Picchiettava il gessetto contro la lavagna, tentando inutilmente di fare i conti mentre nella sua testa si formavano solo immagini indistinte rosse e gialle, fumose ma intense, e stringendo le mandibole con così tanta forza da sentir dolore alle gengive. Si era bloccato a quel punto del problema da almeno dieci minuti e più tentava di venirne fuori più vi si ingarbugliava. L’ansia, la rabbia, il senso d’impotenza lo accecavano e lo confondevano, facendogli battere il cuore tanto forte da mandargli il sangue negli occhi offuscandogli la vista. Il suo silenzio era coperto dai bisbigli di compatimento dei suoi compagni. Non era una novità. Se si fosse trattato di un altro avrebbero già pensato a come suggerire la risposta. Ma Giulio, lui era fuori dal giro. Era quello che veniva a scuola con una vecchia moto, quello che vestiva sempre con una giacca di pelle fuori moda e vestiti presi al mercato. Quello che non ascoltava la musica giusta e che non andava per locali. Che prendeva sempre il massimo in italiano e traduceva il greco senza vocabolario. Lo sfigato con la moto, che si dava arie da intellettuale ma non aveva mai nemmeno toccato una ragazza. E la professoressa lo fissava con quel suo mezzo sorriso di sufficienza, felice di dimostrargli quanto in realtà lui fosse fuori posto nel mondo moderno: non importava se era così bravo a scrivere, se amava i grandi pensatori del passato e sapeva tutto di autori morti da un pezzo e lingue cadute in disuso da millenni. I suoi problemi non sarebbe mai riuscito a risolverli, e chi non risolve problemi è solo uno sciocco con la testa tra le nuvole che non combinerà mai nulla di buono. La Bocconi non accetta gli imbecilli che non sanno contare decentemente, giusto? Se ci pensava, Giulio stava ancora più male, s’infuriava ancora di più. A lui, della Bocconi tanto amata dalla sua professoressa, non interessava niente. Voleva iscriversi a lettere antiche, dove certamente non gli sarebbe servita la matematica. Non che fosse mai andato male in quella materia, prima. Semplicemente non gli piaceva. Ma era stato sempre il migliore della classe, anche in matematica, nonostante tutto. Aveva cominciato ad andar male quando LEI aveva deciso che era solo un inutile sognatore senza senso pratico (e che quindi non poteva saper risolvere i suoi problemi). A LEI non interessava realmente quanto lui s’impegnasse, o che le sue interrogazioni fossero migliori di quelle degli altri. Lui non era abbastanza bravo, erano tre anni che cercava di farlo bocciare e, con il ritorno degli esami a settembre, forse finalmente ce l’avrebbe fatta. Esame a settembre e bocciatura per principio. Era scritto nel suo destino e i suoi compagni, invidiosi nonostante il loro disprezzo (lo sfigato con la moto), ci godevano tantissimo.
“Bene, vedo che non riesci a risolverlo. Eppure, pensavo di farti un favore, interrogandoti e dandoti la possibilità di rimediare all’ultima insufficienza. Vai al posto. Ho tentato di aiutarti, ma ti presenterò con il quattro.”
Con il volto tanto rosso da pensare che sarebbe esploso, le mani che gli tremavano e le tempie che pulsavano ferocemente, Giulio tornò al banco. Si sarebbe beccato l’esame a settembre, mentre altri cretini l’avrebbero passata liscia. Questo gli faceva ancora più rabbia. C’era gente che riusciva a farsi dare un sei in matematica senza troppa fatica, se solo i genitori si presentavano a un colloquio. Quel pensiero fece salire un’onda violenta di sconforto e rabbia nella mente già sconvolta di Giulio. C’erano giorni, come quel venerdì mattina, in cui si sentiva in precario equilibrio su un filo di ragnatela, pronto a spezzarsi in qualsiasi momento. Soprattutto di lunedì, la sua frustrazione raggiungeva il massimo: dopo un weekend passato a crogiolarsi nell’illusione della libertà, doveva tornare tra quelle quattro mura ostili, con dei compagni che arrivava a odiare tanto ferocemente da desiderare di prenderli a pugni fino a veder sanguinare le loro belle faccette di adolescenti bene e una professoressa di matematica che riusciva a rendere le settimane lente e infernali, come avesse la capacità di rallentare il tempo dilatando le sue poche ore e inghiottendo tutto il resto. E nulla sarebbe cambiato per il prossimo anno, due se la maledetta fosse riuscita a farlo bocciare. La campanella suonò decretando la fine delle torture, per quella giornata… ma la scuola l’avrebbe di nuovo inghiottito a breve, e così per un’altra lunga settimana.
“Hai ancora sbagliato a mettere a posto gli aghi, non possiamo metterci ogni volta a cercare quelli giusti e riordinare per colpa della tua disorganizzazione…” la voce acida della caposala risuonò nelle orecchie di Diana come amplificata di cento volte. Dopo un weekend passato a raccogliere i cocci della sua salute mentale, erano bastati dieci minuti del lunedì mattina per farle alzare la pressione a livelli pericolosi. Mi scoppierà un aneurisma, pensò la ragazza mentre stringeva i pugni con forza, perforando con le unghie il sottile strato di lattice fino a ferirsi il palmo della mano. Sentiva pulsare le tempie, sentiva i muscoli tesi nello sforzo di trattenersi. La voce dell’arpia le rimbombava ancora nelle orecchie, ma Diana non stava più davvero ascoltando. Inspirava a fatica, il respiro che le si spezzava in petto ogni volta che cercava di riempirsi i polmoni d’aria. Il suo equilibrio stava per infrangersi. Doveva controllarsi, o sarebbe esplosa. Gli aghi andavano benissimo, lo sapevano tutti.
È solo una scusa per darti le pene dell’inferno, Diana, non vale la pena di arrabbiarsi, sei brava nel tuo lavoro.
“…rifai da capo, il giro lo farà qualcun altro.”
Ovvio. Mai far fare qualcosa di interessante a quelle nuove. Solo aghi e pulizie.
Fu in quel momento che Diana sentì lo schiocco nella sua testa. Un rumore lieve, ma spaventoso, come un interruttore pigiato nel buio e nel silenzio. Ed ecco la luce, forte, abbagliante, a crearle spirali gialle sulla retina. L’aneurisma è esploso, pensò Diana mentre la sua vista si tingeva di rosso. Poi, il suo corpo parve muoversi di volontà propria. Afferrò per le spalle la caposala e la sbatté con tutte le forze contro l’armadietto dei medicinali.
Poi, il silenzio della ragione.
“…vacanza” La voce di Marta, lontana, ovattata, nel buio.
“Cosa?” biascicò Diana. La luce le faceva male agli occhi. Se lì strofinò con forza. “Dove?”
“A casa tua. Ti ci ho portato io dopo averti sedata… accidenti, Diana, c’è voluta una dose da cavallo. Eri fuori di te. Hai fracassato la scrivania usando la sedia, ti ricordi?”
In un primo momento, Diana scosse la testa, cercando di snebbiare la mente e riuscire a mettere a fuoco l’ambiente. Era la sua stanza. Un enorme sollievo la invase. Poi, lentamente, un moto d’intenso orrore cominciò a pervaderla, partendo dal centro del petto e propagandosi per la spina dorsale, su, fino alla gola. Spalancò gli occhi, sgomenta.
“Ho per caso aggredito la caposala?” Marta annuì. Sulle sue labbra, un lieve sorriso. Diana si sentì di nuovo invadere dalla furia. La sua amica rideva delle sue disgrazie. Era finita. Finita. L’ira lasciò rapidamente posto allo sconforto. Diana si raggomitolò tra le coperte, mugolando disperata.
“Oh, no, non è possibile…” La voce dell’amica le giunse anche attraverso il rifugio delle coperte, e Diana attese d’udire per sua bocca la condanna.
“Non preoccuparti, Diana. Non ci crederai ma l’hai scampata bella. Te lo stavo dicendo prima, ma evidentemente non eri ancora ben sveglia… l’arpia s’è davvero presa un colpo. Fortuna vuole che sia arrivata io per prima, ti ho sedata prima che riuscissi a demolire tutto. Hai solo fracassato quella scrivania, non pensavo davvero che potessi essere così forte! Quando sono arrivati i medici, l’arpia era ancora troppo scioccata per dire che l’avevi aggredita e io ho raccontato che era inciampata nel tentativo di calmarti. Insomma, le ho anche fatto fare la figura dell’anima nobile. Ed è strano sai? Pensavo ci sarebbe stato un enorme casino, invece il primario è stato terribilmente comprensivo. Insomma, niente vittime, potrai tornare dopo un periodo di ferie, ti hanno anticipato quelle di settembre… se accetterai di farti seguire da un terapista per il burnout. E l’arpia se ne starà zitta, te l‘assicuro. L’hai spaventata a morte e io glie lo ricorderò ogni giorno per il resto della sua vita.” Marta sembrava soddisfatta da morire, come darle torto? L’aveva salvata dalla disoccupazione.
Enorme sollievo. Diana non credeva di poter vivere emozioni tanto intense. I suoi neurotrasmettitori erano evidentemente fuori controllo. Ma ora il suo male aveva un nome. Burnout. Così giovane, già in burnout. Ma poteva farsi curare, sarebbe tutto passato. Cominciò a singhiozzare nervosamente, tanto era sollevata. Era libera, ameno per un po’. Le ferie a giugno, quando ne aveva più bisogno, invece che a settembre, erano davvero come una mano tesa pronta a trascinarla fuori dall’uragano di sensazioni negative che la sconvolgeva da mesi. Poteva allontanarsi dalla gabbia. Avrebbe fatto quel viaggio in macchina per la foresta nera, che nelle ultime settimane aveva desiderato con un’intensità tale da farla quasi piangere. Libertà, parevano dirle gli opuscoli. Libertà. Quella rabbia orribile non sarebbe più tornata.
Giulio fissava la bacheca senza realmente guardare. Le sue mani tremavano, ma lui non se ne rendeva conto. La sua mente era completamente fissa su quel piccolo, unico particolare in grado di farle perdere il contatto con la realtà. L’esame a settembre di matematica. Bocciatura. Quel termine continuava a risuonare nelle sue orecchie come se un malevolo grillo parlante gli si fosse posato sulla spalla e avesse cominciato a frinire delicatamente. Voleva schiacciarlo, con tutte le sue forze. Si voltò e lentamente si diresse alla sua moto. Doveva andarsene da lì.
“A quanto pare, sei fregato.” La voce di Marco Formenti andò ad aggiungersi a quella del grillo, aumentando il suo malessere. Accanto a lui, Roberta, l’unica per cui Giulio avesse mai subito quegli sconvolgimenti ormonali adolescenziali che portavano ad un serio obnubilamento della ragione e dei sensi. Ma Roberta aveva preferito Formenti, detto “Flow”(soprannome che faceva rabbrividire Giulio di ribrezzo ogni volta che lo sentiva), il quale andava in giro con le mutande firmate di fuori, ma che evidentemente era più attraente di lui ed era molto popolare con le ragazzine del ginnasio. Un galletto da pollaio che avrebbe portato la bella Roberta sull’Olimpo della Gente Giusta. Ora gli stringeva la mano con aria preoccupata: il suo ragazzo non aveva mai perdonato la goffa dichiarazione di Giulio ed erano mesi che aspettava di schernirlo per il suo fallimento accademico, oltre che con le donne.
“Pare di sì” rispose Giulio, tentando di fingere noncuranza. Non voleva cedere alle provocazioni. Anche se… un naso sporgeva nel bel mezzo di quella faccia da schiaffi, un naso che la sua mente stava ingigantendo a dismisura. Voleva vedere sangue schizzare da quel naso. Voleva sentire l’odore del sangue. Quel pensiero ebbe il potere di calmarlo leggermente… fino alla seconda stoccata del rivale.
“Vorrà dire che l’anno prossimo Robi dovrà copiare le versioni da qualcun altro. Peccato.”
La parola ferisce più della spada, pensò Giulio, e fu il suo ultimo pensiero coerente prima di colpire. Il naso di Marco Formenti detto “Flow”, l’idolo delle fanciulle, schizzò sangue sulla maglietta bianca di Roberta. La testa di Marco Formenti detto “Flow” urtò il duro asfalto, mentre Giulio gli piombava sopra per colpire ancora mentre era a terra. E ancora. E ancora.
Le grida di Roberta.
L’aria sulla faccia fu la prima sensazione coerente che Giulio riuscì a percepire scientemente. Era sulla sua moto, stava guidando, ma senza realmente capire dove stesse andando. Il suo corpo reagiva d’istinto. Non ricordava bene quello che era successo. Gli faceva male la mandibola. Una rissa?
Poi, piano piano, brandelli di ricordo iniziarono faticosamente la loro risalita verso la coscienza, risvegliandolo dal suo parziale torpore. Una rissa con Formenti. Ne aveva prese, ma soprattutto ne aveva date. Nonostante la consapevolezza d’esser sceso ad un livello che disprezzava e il conseguente senso di colpa e vergogna, una piccola e maligna parte di lui sogghignava felice e soddisfatta. Anche se aveva sempre aborrito la violenza, retaggio bestiale dell’animale razionale, si sentiva ferocemente lieto. Rise forte, scaricando la tensione, ignorando il dolore alla mandibola. Non era rotta, né slogata. Solo una bottarella. Sono più robusto di ciò che credessi, pensò, vergognandosi dell’orgoglio che provava, ma gioendone nel contempo. In fondo, erano anni che immaginava quella rissa. Doveva venire a patti con questo suo desiderio primordiale. Era successo, era qualcosa che sarebbe dovuto accadere prima o poi, era come scritto nelle oscure dinamiche sociali della loro classe. Gli dispiaceva, giurò a sé stesso che non sarebbe successo mai più, che mai avrebbe più anche solo nominato quell’episodio increscioso, certo che anche Formenti non avrebbe raccontato a nessuno d’aver avuto la peggio con Giulio lo Sfigato, che sarebbe stato un vergognoso sfogo di tensione da parte di entrambi. Già lo vedeva inventarsi un’aggressione con rapina (così impari ad andare in giro con le mutande firmate di fuori, è come un cartello con scritto “derubatemi!”). Giulio sorrise. Poteva andare in vacanza, libero da pesi. Il suo primo viaggio in moto da solo dormendo in tenda. Pochi soldi da gestire per cibo e benzina e poco altro, ma soldi guadagnati con sudore, solo per poter partire. Un percorso d’iniziazione, per vedere se sapeva cavarsela. Suo padre aveva approvato, sua madre era un po’ preoccupata, ma aveva visto la luce nei suoi occhi e quella luce diceva libertà. Gli piaceva pensare che sarebbe tornato più vecchio, più saggio, cambiato. E che avrebbe affrontato la gabbia senza più rabbia né paura.
Guidare a lungo, verso luoghi a lei ancora sconosciuti, aveva sempre avuto su Diana un effetto rilassante. Una gioia profonda, viscerale, la pervadeva ormai da ore mentre la sua musica preferita risuonava nell’abitacolo. Era abituata alle lunghe vacanze in macchina, da sola o con Marta (che purtroppo non era riuscita a spostare le sue ferie per venire con lei come avevano progettato all’inizio), senza prenotazione alcuna, vagando per l’Europa assaporando nuovi profumi, nuovi paesaggi, arrivando la sera stanca e soddisfatta . Era un paio di giorni ormai che s’aggirava per la Schwarzwald, a finestrini abbassati, godendo di quei bellissimi paesaggi, fino a fermarsi all’inizio di un percorso interessante. E lì scendeva dalla vecchia Panda per affidarsi alle sue gambe, camminando per i boschi con un sorriso ebete stampato sul volto. Era come se il suo cuore annegato nei fumi di Milano avesse aspirato a quei momenti d’intimità con la terra, il cielo e il bosco da mesi, anni, forse da tutta la vita, e che quella zona dal nome inquietante (ed eccitante, tanto eccitante) riuscisse a nutrire quella parte di lei che aveva desiderato liberarsi dai vincoli di quel mostruoso ospedale che odorava di morte. Qui l’aria sa di buono, e di natura, e di vita, pensò con un sorriso. Potrei correre per queste foreste urlando di gioia. Quell’immagine la colpì forte come un pugno. Per un momento, come nella scena di un film in bianco e nero, si vide correre libera tra le ombre del bosco, il cielo nero sopra di lei, l’arco in spalla (Diana Cacciatrice, pensò con un misto di divertimento e paura) e l’occhio amorevole della luna piena a vegliarla.
Diana, la luna ti chiama.
Quel pensiero la fece tornare in sé giusto in tempo per vedere la moto che rapida tagliava la strada al furgoncino che viaggiava davanti a lei. Una sensazione inquietante la pervase, come un odore familiare che non riusciva ad abbandonarla. Non aveva forse già visto quella vecchia moto? Non le era capitato di scorgerla, di tanto in tanto, da quando aveva preso l’autostrada che l’avrebbe condotta fuori dalla sua gabbia? Il furgoncino sbandò pericolosamente. Diana sterzò di colpo, finì nella corsia opposta e si vide arrivare contro un SUV a tutta velocità.
Morirò spappolata, estrarranno i miei resti dalle lamiere, carne in scatola, appetitosa…
Mentre la sua mente andava in totale corto circuito e immagini del suo cadavere martoriato le affioravano agli occhi, il suo corpo reagì d’istinto. Udì rumore di freni e percepì vagamente la sua auto andare in testacoda dopo esser passata a pochi millimetri dalla carrozzeria nera del SUV.
Mantieni il controllo o ti schianterai contro un albero.
Ancora una volta il suo corpo obbedì. Con un’ultima faticosa manovra che non si sarebbe nemmeno sognata d’esser in grado di compiere, riportò la macchina in carreggiata e accostò a destra, il cuore che martellava forte nel petto, il respiro corto.
Come diavolo ho fatto?
Imprecazioni in tedesco. Diana scosse la testa, tremante, troppo scioccata per tentare di capire cosa stesse gridando il conducente della grossa autovettura malamente accostata pochi metri più indietro. Era viva, incolume. Il motociclista folle nemmeno doveva essersi accorto dello scompiglio, era andato oltre (ma in un angolo della coscienza, sentiva che l’avrebbe incontrato ancora, e ancora, come un fantasma maligno su due ruote). Guardò nello specchietto mentre un vichingo teutonico alto quasi due metri si avvicinava con aria aggressiva alla sua auto, continuando a sproloquiare in tedesco. Diana strinse gli occhi. Le mani le tremavano, mentre scendeva dalla vettura e stringeva i pugni. Imbecille di un crucco, non ti rendi conto che ho salvato il tuo pallido culo? Inspirò profondamente mentre il vichingo la prendeva per le spalle e la scuoteva con forza. Con un unico, preciso dritto alla mascella, dall’alto del suo metro e sessanta per cinquanta chili, Diana lo stese senza alcuna fatica. E rimase lì, a fissare con aria inebetita il colosso atterrato.
“Bel colpo!” Diana abbassò il pugno lentamente mentre osservava il conducente del furgoncino (un vecchio Volkswagen nero e malconcio) che le sorrideva amichevole. Aveva parlato in inglese, probabilmente intuendo dalla targa della Panda che la ragazza dai riflessi fulminei non fosse esattamente tedesca. Improvvisamente Diana fu di nuovo completamente padrona di sé. Aveva steso un uomo con un pugno in terra straniera. Davanti a testimoni. Bell’affare. Il ragazzo abbandonò il furgoncino e si diresse verso di lei, e mentre camminava con falcata decisa continuava a parlare “Stai bene? Mai visto nessuno guidare così. Questo qui avrebbe dovuto ringraziare i tuoi riflessi. A proposito, grazie di avermi schivato. Quella moto mi ha colto di sorpresa, ero distratto.”
“Sto bene” rispose lei, con un mezzo sorriso. Il ragazzo la metteva a suo agio. Aveva l’aria un po’ selvatica di un giovane musicista ribelle, con i capelli biondi sciolti sulle spalle, una barbetta incolta e una maglietta nera con il logo degli AC/DC. Portava dei jeans piuttosto consunti e anche piuttosto stretti che gli fasciavano un (e si ritrovò con orrore a rendersi conto di star avendo una piccola tempesta ormonale a quella vista) sedere da statua greca. Il vichingo del SUV cominciò a mugolare sull’asfalto.
“Questo qui…”
“Ti aveva aggredito. Gli chiamiamo un’ambulanza, che dici? Diciamo che si è fatto male nell’incidente. Tanto, non racconterebbe mai d’esser stato atterrato da uno scricciolo, grande e grosso com’è, ci pensi all’umiliazione?” Diana annuì lentamente. L’allegria dello sconosciuto la stordiva. Probabilmente era ancora pieno di adrenalina per il pericolo scampato.
“E la macchina?” le domandò poi, indicando dietro di lei. Aveva una bella mano con unghie perfette, porcellanacee, un poco lunghe (per pizzicare le corde di una chitarra?). Diana si voltò verso la sua vecchia Panda, mentre un brivido di consapevolezza le scorreva lungo la schiena. Con sgomento notò l’angolo innaturale che i pneumatici facevano con la carrozzeria. La trazione integrale mi ha salvata, pensò la ragazza, ma ora questa bimba è da buttare, riposa in pace.
“Merda.”
Di nuovo nel cuore di Diana esplose l’ira, più intensa che mai. Corse verso la Panda e le tirò un calcio, più forte che poté. Il rumore di metallo che si piegava sotto il colpo la fece tornare in sé.
Sono un mostro, pensò mentre guardava con orrore l’ammaccatura sulla portiera. Sembrava ci fosse entrato un motorino. Tentò di aprirla, senza successo. Dalla gola le uscì un lamento troppo simile ad un guaito. Il ragazzo annuì, con calma, senza perdere il suo mezzo sorriso.
“Capisco. Ora avrai bisogno del soccorso stradale. E di un passaggio.” Diana annuì, troppo sconvolta per palare. Il ragazzo estrasse un cellulare dalla tasca posteriore dei jeans.
“Mi hai salvato, oggi. Penso di poter ricambiare il favore.”
Giulio si sentiva vivo. Erano giorni che ormai girava in moto assaporando quella sensazione di assoluta, piena libertà. La strada scorreva rapida sotto di lui e il cielo viaggiava veloce sulla sua testa. Ogni tanto il suo cuore cominciava a pulsare nel petto colmo della gioia più pura e allora rideva forte, o lasciava andare un grido di giubilo che si sollevava sopra il rumore del motore mentre affrontava i tornanti delle montagne svizzere. Boschi e laghi e fiumi e cascate lo chiamavano con i loro profumi. Nonostante indossasse il casco riusciva a percepire ogni singolo odore, e la cosa lo elettrizzava ancora di più. Niente polvere, niente muffa, niente gabbia scolastica, solo libertà. Era arrivato in Germania come richiamato da qualcosa, e quel qualcosa aveva un nome antico e oscuro.
Schwarzwald, quale delizia si nasconderà nelle tue foreste? La luna piena, incinta dei suoi figli, brillerà sulla mia caccia?
Quel pensiero sconnesso lo fece rabbrividire di piacere e paura. Ma poi, ci fu solo la gioia della corsa e il profumo della terra e del cielo. Accelerò ancora per superare contemporaneamente una vecchia Panda e uno sgangherato furgoncino Volkswagen. Per un momento giurò d’aver sentito uno strano odore, un odore spiacevole, come di un’altra libertà che andasse a scontrarsi con la sua. E quella Panda, non l’aveva forse già vista, varie volte da quando era partito? La targa era quella, l’aveva vista troppo spesso per non ricordarla. Era come se la sua vita lo stesse inseguendo. Con un moto di stizza e cattiveria, tagliò la strada al furgoncino per poi sfrecciare via. Il rumore di frenata gli giunse appena alle orecchie mentre il senso di colpa gli cadeva di nuovo addosso come un macigno.
Ma che diavolo sto combinando? Potrei aver causato un incidente!
Eppure, la parte maligna di lui che lo aveva spinto a farlo, quella parte che voleva solo correre nella foresta sotto la luna piena, si leccava le zanne con un ghigno e rideva dei suoi sensi di colpa da animale razionale, da ragazzino smidollato, da adolescente sfigato.
Sei libero, stai correndo nella Selva Oscura, esta selva selvaggia e aspra e forte, ridi con me, che nel pensier rinova la paura!
Giulio rise, e mentre rideva si rese conto d’avere molta fame. A malincuore cominciò a cercare un posto per fermarsi e decise di seguire le indicazioni per Wolfach, che a quanto pareva era il paese più vicino.
E ho fatto bene a venirci, pensò, mentre parcheggiava la moto davanti all’hotel ristorante Krone. Era come essere catapultato in un piccolo mondo di fiaba in mezzo alla foresta, con tante belle casette a graticcio ligneo dai tetti a punta, decorate da bei fiori colorati alle finestre. Il sole splendeva gioioso, rendendo il tutto ancor più suggestivo, e l’aria fresca e frizzante sembrava quasi permeata di antica magia.
Chissà com’è abitare qui, aspettare la notte quando le ombre si allungano e le bestie escono dalle tane…
Giulio scacciò quel pensiero cupo come fosse un insetto fastidioso per concentrarsi sul suo appetito. Per un momento pensò d’andare in cerca di un supermercato e comprare un qualche tipo di cibo in scatola, ma qualcosa sembrava attirarlo all’interno del ristorante. Forse era l’acre odore dei piatti tipici della cucina tedesca, che gli stuzzicava le narici dopo troppi giorni passati a vivere di scatolette. Si volse a malincuore a controllare il menù esposto in una graziosa bacheca: il paese aveva l’aria del centro di villeggiatura e questo significava prezzi gonfiati.
“Bella moto. È tua?” Una domanda posta in un inglese troppo perfettamente pronunciato per non esser provenuto da un londinese purosangue lo distrasse dalla ricerca di un piatto che costasse meno di dieci euro. Si volse verso il suo interlocutore. Era un ragazzo alto poco meno di lui, che però doveva avere qualche anno in più. Aveva davvero un aspetto inglese, da college di ragazzi bene, un’aria da principino che, invece del cavallo bianco, preferiva una duecento cavalli. Il suo abbigliamento lo classificava infatti come motociclista e subito Giulio si sentì pervadere dal cameratismo che sempre permea gli incontri casuali tra centauri. Perché la moto è uno stile di vita, dopotutto, e coloro con un simile stile di vita sono (branco) un gruppo con un codice non scritto ma che tutti rispettano. “Sì, è mia.” Lui annuì e si fece più vicino, osservando il veicolo con rispetto e ammirazione.
“Un classico. Ben tenuta. Che telaio… in perfette condizioni. Complimenti.” Giulio capì che quel ragazzo gli stava simpatico. Per lui quello non era un catorcio. Aveva notato l’amore con cui teneva tutto in ottimo stato, pulito, oliato, lucido, perfetto. Come se la moto fosse appena uscita dal negozio nonostante gli anni che aveva sulle spalle.
“Beh, grazie mille. Anche tu viaggi solo?” domandò, incuriosito. Dopotutto, anche se il britannico era vestito da motociclista, era arrivato fin lì a piedi. Il ragazzo scosse la testa.
“No, io e i miei amici abbiamo parcheggiato poco lontano. Cercavo un ristorante, siamo stufi di pranzi al sacco e abbiamo voglia di berci una bella birra nel Regno della Birra.”
“Amen” concordò Giulio. L’altro ridacchiò.
“Se sei solo, vuoi unirti a noi? Offro io, in omaggio alla tua cura per questa bella signora” disse, indicando la moto. “Io sono Kevin, comunque.” I due si strinsero la mano. Pochi minuti dopo, il ragazzo si ritrovò seduto con davanti un piatto di salsicce succose e fumanti e in mano un boccale di birra. Gli amici di Kevin erano quattro, tre ragazzi e una ragazza (la ragazza di Kevin, a quanto pareva), tutti britannici, partiti insieme da Londra per girare in moto il continente. Tutti avevano ammirato la sua moto e soprattutto sembravano apprezzare lui. D’altra parte, a Giulio faceva piacere esercitare il suo inglese, che non sembrava poi così scarso, e stare un po’ in compagnia.
Un brindisi, dunque.
E la birra scendeva amica giù per la gola e la voce maligna sembrò essersi placata un poco.
Potrebbe essere un maniaco omicida. Un violentatore. Un folle.
Quel pensiero continuava ad accarezzare Diana, ma senza vera e propria convinzione, mentre viaggiava nel Volkswagen guidato dal musicista ribelle, che rispondeva al nome di Andreas ed era evidentemente un amante dell’hard rock anni settanta. Non aveva l’aria di un folle, anzi. La sua presenza la rassicurava, tanto più che aveva già avuto milioni d’occasioni per imboscare il furgoncino e darsi alla pazza gioia e non l’aveva ancora fatto. E poi, pensò tetra Diana, potrei stenderlo come ho fatto con il vichingo del SUV. Non so come, ma potrei. Lo sento. Un brivido di paura le corse lungo la schiena e Andreas dovette accorgersene perché le rivolse un ampio sorriso rassicurante. Le note di “Highway Star” risuonavano nell’abitacolo a tutto volume mentre si dirigevano verso il paese più vicino, Wolfach, dove il soccorso stradale avrebbe portato anche la sua macchina. Ci sarebbero voluti giorni per ripararla. A pensarci, ancora le saliva la rabbia. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Il furgoncino aveva un buon odore. Senza nemmeno rendersene conto, Diana s’addormentò e, quando si svegliò, era in un mondo di fiaba.
“Ma che bel posto!” esclamò, con gli occhi che le brillavano. Wolfach era una cittadina meravigliosa. Le piccole abitazioni a graticcio allineate lungo la via riposavano placide nella vallata ombrosa. Andreas annuì soddisfatto e indicò una grossa casa, che aveva un po’ l’aria di un rifugio di montagna e avvisava il mondo di chiamarsi Hotel Krone. E parcheggiata davanti all’albergo, ancora quella moto. Per un momento Diana si sentì mancare, ma poi scelse di escluderla dal campo visivo e non pensarci. Aveva già i suoi problemi senza mandarsi ulteriormente in paranoia.
“Mio nonno è il padrone di questo posto. Quando gli racconterò della tua impresa di oggi, sono sicuro che ti ospiterà fino a che la tua auto non sarà riparata.” Diana non credeva ai suoi occhi.
“È meraviglioso… ma davvero faresti questo per me? Mi conosci appena.”
“Sono riconoscente a chi mi salva la vita. E non credo che queste cose accadano per caso.” Diana non poté fare a meno di sogghignare mentre con Andreas si dirigeva verso l’albergo, mantenendosi tatticamente qualche metro più indietro per godere del panorama fornito dai jeans del ragazzo. Magari non era un incontro voluto dal destino, ma era stata fortunata: il suo benefattore era un bel ragazzo tedesco, piuttosto che un vecchiaccio pancione, e per di più riusciva a causarle tempeste ormonali che credeva d’aver ormai archiviato con il finire dell’adolescenza. E da quanto tempo non sentiva il desiderio di stare con un uomo? Dalla preistoria, probabilmente. Continuava a faticare a filtrare le emozioni ma stranamente non era affatto preoccupata. Sembrava che in quel posto non potesse accaderle nulla di brutto. Si sentiva più forte e più felice.
L’interno dell’albergo era accogliente e profumava di cibo. Effettivamente, l’ora di pranzo era passata da poco. C’era anche un altro odore, strano, dolciastro, che proveniva dalla sala da pranzo. Lanciò un’occhiata fugace, ma vide solo cinque ragazzi (evidentemente motociclisti) che bevevano birra. Per un attimo uno di loro si voltò a fissarla e la cosa le diede un brivido: aveva occhi da predatore. Ma un momento dopo era di nuovo assorto nella conversazione con un ragazzo bruno dall’aria spigolosa e infelice. Diana fu certa che fosse quello il pedinatore misterioso e che anche lui fosse in fuga da qualcosa. Andreas lanciò un’occhiata distratta al gruppetto e si diresse con decisione al bancone della reception, dietro il quale stava seduto un anziano signore. Quella figura minuta colpì Diana, facendole completamente scordare i problemi con la moto fantasma. Sembrava attirarla come una calamita. Non era il tipico vecchietto tedesco con le guance rubizze e i chili di troppo. Sembrava poter venire da qualunque luogo. Il suo volto era intrecciato di rughe e i suoi capelli grigio-argento erano un po’ troppo lunghi, ma non disordinati. Gli occhi azzurri si posarono su di lei e lei si sentì pervadere da una sensazione di profondo rispetto.
Rispetta gli anziani della tua tribù, rispetta gli anziani del branco, i custodi delle storie.
Quel pensiero la fece sorridere. Era vero, sembrava un po’ un vecchio stregone, nel film in bianco e nero in cui lei era cacciatrice tutti si sarebbero rivolti a lui, seduti intorno al fuoco, per ascoltare leggende ormai dimenticate.
Andreas e suo nonno cominciarono a discutere in tedesco. L’anziano signore non staccò mai gli occhi da quelli di Diana, e lei gli sorrise per cortesia. Anche se l’avesse fatta pagare, probabilmente sarebbe rimasta. Aveva la sensazione che non avrebbe trovato un luogo migliore in tutta la Schwarzwald per passare le sue vacanze. Andreas ogni tanto occhieggiava verso i ragazzi della sala da pranzo e Diana pensò fosse preoccupato di trovarsi cinque motociclisti ubriachi a far danno. O forse aveva riconosciuto la moto? Improvvisamente, l’anziano proprietario del Krone si rivolse a lei. E nemmeno per un attimo Diana si stupì quando le si rivolse in perfetto italiano. Aveva l’aria di chi ha camminato nel mondo abbastanza per conoscerne le lingue.
“Ti ospiterò volentieri fino a che la tua auto non sarà pronta, Diana cacciatrice.” Il familiare brivido di paura percorse la schiena della ragazza, ma questa volta era diverso. Questa volta era accompagnato da aspettativa. Lui sa, pensò Diana. Lui sa come dominare le emozioni che ti sconquassano, sa domare la bestia che si lecca le zanne sull’altra faccia della luna, sa come uscire dalla gabbia. Lo sa.
“Grazie” rispose semplicemente. Ma avrebbe voluto dirgli che aveva paura, che la situazione era inquietante e assolutamente irrazionale, e che nonostante tutto si sentiva al sicuro.
“Come pensate di proseguire, da qui?” domandò Giulio mentre attaccava la sua quinta birra. Si sentiva pieno, in pace. Al terzo boccale aveva già raccontato la storia della sua vita a suoi commensali, che avevano compreso le sue angosce e concordato con la sua decisione di partire e lasciarsi alle spalle tutte le angosce che lo tormentavano.
“Pensavamo di stare qui fino alla luna piena, in realtà. Campeggiare fuori dal paese. Girare i dintorni in moto. Correre nella Selva Oscura.” Giulio sbatté le palpebre. Chi aveva già chiamato così la Foresta Nera (ché la diritta via era smarrita)?
“Sarà tra poco, la luna piena” disse con un sorriso Lenore, la ragazza di Kevin, e per un momento un lampo rossastro attraversò i suoi occhi.
Sono già ubriaco, pensò Giulio. O forse sono stanco e mi sono addormentato.
“Correrai con noi nella Selva Oscura? Sarai una delle sue fiere?” domandò Kevin. I suoi occhi erano azzurri come il ghiaccio (come quelli di un lupo, perché di lupi si tratta vero?). Non ebbe tempo di rispondere, stordito da un improvviso odore, forte, nauseante. Pericoloso. E capì che anche gli altri l’avevano sentito, che Kevin aveva lanciato uno sguardo di sfida a qualcuno alle sue spalle, che quel qualcuno però faceva paura anche a lui.
“Ho bisogno di aria fresca” sussurrò Giulio.
“E faresti bene ad uscire e respirartela, ragazzo, sei bianco come un corpo morto.” La voce di un anziano signore. Kevin strinse gli occhi. Giulio scosse la testa, intontito dall’alcol. Un suono strano proveniva dalla gola dei ragazzi britannici. Aveva sentito ringhiare? Ringhiare? S’alzò di corsa. Evitò per poco di finire addosso al vecchio esile dai capelli grigi intento a fissare malamente i motociclisti, notò appena un esemplare di rocker tedesco aprire una porta a una ragazza esile dai lunghi capelli color caffè (era lei a bordo della Panda, ne era sicuro). Uscì in strada e respirò a pieni polmoni, cercando di cacciare i conati di vomito.
“Stai bene?” Giulio si voltò a fatica verso Troy, un ragazzo fulvo dal forte accento scozzese, basso e muscoloso, che a quanto pareva era amico di Kevin sin dalle elementari.
“Sì. Bene.” Troy annuì e si diresse da solo verso le moto.
“Ma dove vai?” Ma perché dovrebbe importarmene, pensò Giulio. Eppure, glie ne importava perché il branco l’aveva preso con sé.
“A cercare da mangiare per il festino. Ci rivediamo.”
Giulio sbatté le palpebre perplesso. In quella gli altri lo raggiunsero, Kevin lo prese per un braccio e gli rivolse un sorriso rassicurante.
“Andiamo.”
I giorni seguenti furono per Giulio un concentrato di emozioni allo stato puro, libere, selvagge. Correva in moto con i suoi nuovi compagni, col cuore che scoppiava di gioia: anche se il suo era un modello meno potente e performante rispetto a quelli degli altri, procedevano insieme, su percorsi difficili e isolati, accelerando al massimo in curva, piegando fino a sfiorare l’asfalto con il ginocchio. Mai aveva osato tanto, con una moto così vecchia, ma il suo controllo era perfetto. Il cuore pompava sangue e ossigeno e i polmoni succhiavano famelici l’aria della foresta, che sferzava intorno. Passeggiava con loro per i boschi, scoprendo nuove sensazioni, il morbido terriccio sotto i piedi, il profumo degli alberi, la foresta rigogliosa che gli sussurrava dolci parole. Quando il sole calava e le ombre s’allungavano sinuose sul paesino di fiaba, tornavano al campo per bere ottima birra e parlare. Quello era il momento che preferiva. Con la testa piacevolmente alleggerita dall’alcol si potevano fare tanti discorsi, di filosofia e stile di vita, di libertà e prigionia. Kevin era un cultore della libertà. Per questo, Giulio lo ammirava ferocemente. Tutto il gruppo lo ascoltava ammaliato mentre, con la bottiglia alzata e il fuoco riflesso nelle pupille, costruiva una nuova argomentazione. Giulio pensava che non potesse essere altrimenti, perché quello era un gruppo di moderni filosofi e la foresta era il loro peripato. Con loro, i suoi problemi sembravano minuscoli, risolvibili. Si sentiva forte. Poteva correre e camminare e non sentirsi mai stanco, discutere con Kevin fino all’alba e ripartire di nuovo.
“Domani ci sarà luna piena, Giulio.”
Quella sera era diversa e Giulio l’aveva già sentito nell’aria, come elettricità statica, come la possibilità di fare qualunque cosa. Ogni suo muscolo era teso, come quando la furia incontenibile che aveva causato la rissa spingeva per prendere il controllo. Ma quella volta era diverso. E alla paura di ciò che sarebbe successo s’univa l’emozione: finalmente sarebbe stato davvero libero.
“È ora di uscire dalla gabbia, di spezzare le tue catene” continuò Kevin, le pupille che riflettevano il baglior rossastro del fuoco… oppure no? Se Giulio avesse potuto guardarsi allo specchio, avrebbe notato lo stesso identico sinistro lucore. “È ora di rispondere al richiamo di Pan. È ora di essere libero da vincoli. Di correre nella foresta, senza bisogno di rifugi o scuse. Di far parte del Grande Tutto. Vivere la tua vita, prendere quello che vuoi prendere. Pan ti ha chiamato nella Foresta Nera per la tua prima muta, per unirti al tuo branco e fare ciò che vuoi. Beviamo dunque, festeggiamo!”
E dalla radio partì la musica, e Giulio rise e bevve e danzò attorno al fuoco con il branco, e quando le grida di giubilo suonarono simili ad ululati rise ancora più forte.
La stanza privata era un piccolo salotto che profumava di bosco e terra. Diana si accoccolò su una poltrona, stanca ma tesa allo stesso tempo. Andreas prese posto accanto a lei e le strizzò l‘occhio.
“Il tè di mio nonno è il migliore in assoluto. Un’esperienza mistica.” Diana credeva alle sue parole. Letteralmente. Sentiva d’esser partita per quel motivo, per liberarsi del peso dell’ira repressa che masticava lentamente le sue viscere, e anche se era un pensiero assurdo e completamente antiscientifico, sentiva di essere arrivata nel posto giusto.
“Scusate l’attesa.” Il vecchietto aveva parlato in inglese, questa volta. Teneva con destrezza un vassoio d’argento con sopra un grazioso servizio di porcellane. L’argento non è pericoloso. È il colore della luna, non può essere pericoloso. Ancora quei pensieri poco coerenti che però assumevano sempre più senso. Quando l’anziano signore le porse la tazza con espressione rassicurante, lei la prese con mani tremanti, i muscoli tesi, colmi d’aspettativa e di paura. Il tè profumava di foresta e di cielo. Senza dire nulla, Diana lo bevve in un un’unica lunga sorsata, come un’amara medicina. Fu come esser colpita da un pugno. Sentiva il sapore del suo sangue in bocca (e oh, quanta delizia). La voce di Andreas, la sua mano che le stringeva forte il polso.
E Diana vide la luna piena, e fu pervasa da gioia e giubilo per la muta che sarebbe avvenuta. Vide la bestia che viveva in lei e che voleva uscire. La sua prima caccia si avvicinava. Avrebbe rincorso il cervo nella Foresta Nera.
“Quanto era corretto, questo tè?” biascicò, quando fu tornata in sé.
“Un po’ di cognac” rispose Andreas, scherzoso. La ragazza volse lo sguardo verso il vecchio lupo e lui le sorrise e quel sorriso era un invito. Diana raccontò la sua storia, e lo fece in una lingua che non avrebbe mai potuto ricordare prima di bere quella sorsata di tè, un idioma primordiale, creato a loro uso e consumo. Poteva accettare quello che le sarebbe successo: era sempre stata lunatica, semplicemente non sapeva quanto in là si sarebbe spinta quella condizione. Ma aveva paura. Paura che, una volta fosse tutto finito, sarebbe dovuta tornare nella gabbia.
“Hai paura di dover strattonare le tue catene e far del male al bestiame. L’ho capito subito quando ti ho vista, Diana. Tu sei un pastore. Anche io e mio nipote lo siamo. Chi si cura degli altri, con un tetto accogliente durante un viaggio, con assistenza amorevole nel momento più difficile, con gesti gentili e buona musica. Questi sono i pastori. Noi viviamo in equilibrio tra il volto splendente della luna e il suo lato nascosto. Il nostro umore è mutevole, ma i nostri propositi sono costanti. Quando la luna piena chiama, noi diventiamo cacciatori. Ma ciò non significa fare del male a chi accudiamo. Se si raggiunge l’equilibrio, se invece di chiuderti in una gabbia ti costruisci una tana, essa diventa il tuo territorio, e non farai del male a nessuno. Tutto sta nel fare quello che desideri e trovare la tua pace.”
E Diana pianse alle parole del vecchio lupo, musicali come il vento d’inverno, dolci e consolanti come il sole autunnale, e Andreas l’abbracciò forte finché non ebbe smesso.
I giorni seguenti, in attesa della caccia, la ragazza rifletté molto su ciò che amava fare e su come farlo, sull’equilibrio che voleva raggiungere. Sembrava tutto così semplice, eppure così complicato... Andreas ascoltava con quel sorriso luminoso e suggeriva, le faceva ascoltare ottima musica, suonava per lei la chitarra sotto le stelle mentre osservavano la luna ingrassare e la portava a camminare per boschi. Wolfach era territorio suo e di suo nonno: il paesino di fiaba aveva i suoi custodi ed i boschi intorno ad esso erano per la caccia del loro branco. Diana conobbe gli altri due lupi di Wolfach: Chloe, un avvocato di Friburgo che s’allontanava dalla città ogni mese all’avvicinarsi della luna piena e Michel, un poliziotto parigino che in quei luoghi aveva scoperto la sua natura, l’anno precedente, e aveva scelto di rimanere.
A quanto pareva, la Schwarzwald era un luogo primordiale, con poteri antichi e non ben compresi, che richiamava da ogni parte di Europa le anime in conflitto per far loro affrontare la prima muta. E dopo aver camminato in quella foresta, Diana pensava che fosse naturale. Era quello, il posto giusto. Lo sentiva con ogni fibra del corpo. Era una terra colma di magia.
“Potresti restare qui. Dare un tetto a viaggiatori, prenderti cura di coloro che anche d’inverno restano tra le ombre della foresta. A me piacerebbe” le disse Andreas con quel sorriso sincero, mentre passeggiavano mano nella mano, sotto le stelle. Mancava una sola notte alla luna piena e Diana percepiva i muscoli tesi come le corde di un’arpa, i sensi acuiti, pronti ad assaporare ogni odore, sapore, colore. Era una sensazione simile a quella che provava di lunedì, ma assolutamente positiva. E poi, c’era la mano di Andreas e il desiderio di conficcargli le unghie nella carne e mordere, una tensione sessuale tanto forte da farle girare la testa.
“Anche a me piacerebbe.”
“Allora fallo. Vivi in pace con te stessa.” Eppure, l’umano senso del dovere le faceva notare come fosse stupido quel desiderio.
“Non so se posso.”Andreas le rivolse un’espressione contrariata.
“Trattieniti solo sulle cose importanti”.
“In questo caso, credo che ti bacerò.” Un lampo divertito attraversò i suoi occhi verdi come la foresta e Diana capì che si erano trovati come era giusto che fosse, che erano compagni, strane creature della notte che si dedicavano a custodire gli ignari e i deboli.
“Era ora.”
Mai il tramonto era sembrato tanto lungo. Kevin sorrideva pacato mentre gli altri mangiavano e ridevano, galvanizzati dall’ultima corsa in moto, il rumore del motore ancora nelle orecchie, la sensazione speciale di star cavalcando una creatura indomabile che freme a ogni accelerata. Ma nulla era in confronto all’euforia crescente e soffocante che provava mentre vedeva la luna sorgere.
“È ora di cambiare. È ora di seguire il richiamo di Pan, è ora di seguire l’istinto e sentire il sapore del sangue. E per la prima muta del cucciolo, lo aiuteremo a spezzare le sue catene. Vero Troy?”
Giulio non l’aveva sentito arrivare. Troy sbucò come dal nulla, dopo giorni di latitanza, con una specie di fagotto sulle spalle. Un fagotto umano. Il cuore di Giulio si colmò d’orrore, di ribrezzo e di desiderio. Kevin ridacchiò alla sua espressione sconvolta.
“È l’ultima volta che ci vado da solo. Andare a recuperare questa vecchia stronza fino in Italia e portarla indietro in tempo, sulla moto, senza attirare l’attenzione è stato un casino. Capito, Kevin?” borbottò Troy con il suo accento scozzese, mentre gettava a terra la donna semisvenuta
Il ragazzo annuì con un mezzo sorriso.
“Il secondo morso è tuo, Troy.” sussurrò mentre la donna si rigirava nella semi incoscienza e Giulio finalmente riusciva a metterne a fuoco il suo volto. Il cuore cominciò a battergli all’impazzata. La paura lo stava quasi accecando. Non avrebbe mai potuto! La detestava, gli aveva rovinato gli ultimi anni della sua vita, ma non avrebbe mai… eppure, la bestia ghignava, sbavava e affilava gli artigli mentre la luna sorgeva, e i muscoli si tendevano d’ira e frustrazione, di brama e di gioia.
“È questo quello che sei. Un predatore. Un libero pensatore che non vuole costrizioni. Sei convinto di essere superiore agli altri, e lo sei. Non avresti mai potuto essere un pastore. Gli uomini sciocchi sono solo prede. So che ne sei disgustato e attirato. Esci dalla gabbia, Giulio. Ascolta la voce della luna. Ascolta la canzone di Pan.”
E Giulio stava per rispondere che no, non poteva, ma poi la luna cominciò a parlare e la sua voce era quella di una madre e di un’amante. La luna reclamava i suoi figli. La musica di un flauto accompagnava la sua voce, e il flauto suonava dalle tenebre del bosco. Non saresti mai potuto essere un pastore, aveva detto Kevin. Non è vero, pensò, ma mentiva a sé stesso e lo sapeva. Mentre il suo corpo si sconvolgeva, mentre i suoi muscoli si tendevano e i sensi diventavano tutto, la canzone di Pan divenne l’unica cosa che poteva sentire. La donna gridò, ora completamente sveglia, ma troppo tardi per poter fuggire. Il sapore del sangue era come nettare afrodisiaco. La carne, ancora calda, tra le fauci, era il cibo degli dèi. La bestia affondò le zanne in quel corpo morbido ancora, e ancora, facendole stridere contro le ossa, spezzando i tendini, strappando e divorando le interiora, mentre gli altri ululavano sulle note di flauto. Il lupo sollevò il muso imbrattato di sangue al cielo e ululò. Gli altri si mossero, silenziosi, a rendere omaggio al nuovo membro del branco. La luna osservava placida il banchetto dei suoi figli, illuminando d’argento la terra imbevuta di succo vermiglio, mentre essi si immergevano nel grande tutto.
Erano andati nel bosco, lontano dal paese dove coloro che erano benedetti dalla normalità si godevano la propria cena, leggermente inquieti, toccati dalla sensazione che nei boschi circostanti i mostri delle fiabe fossero un poco più reali, sotto la luce lunare. Diana aveva osservato trepidante il sole calare mano nella mano con Andreas, colma d’aspettativa e di paura. Erano abbastanza lontani dalla gente? Come sarebbe stata la sua caccia? L’idea di affondare i denti in qualcosa di vivo e caldo le metteva la nausea, ma le sembrava anche qualcosa di naturale. Non aveva ancora capito cosa desiderava veramente, ma quelle notti di luna piena avrebbero dissipato ogni dubbio.
La luna cominciò a parlarle già mentre sorgeva, perché le sue figlie erano le preferite, tutti lo sapevano e l’accettavano. La voce della luna era dolce e rassicurante. In lontananza, Diana udiva anche il suono di un flauto, una melodia sinistra come le ombre della Schwarzwald, ma la voce della luna era più forte e più delicata, la sua luce era coma il bacio delle sue labbra argentee. Diana chiuse gli occhi mentre mutava, mentre il suo corpo assecondava quei cicli antichi come il mondo stesso. E tutte le sensazioni più forti che aveva provato ogni lunedì affiorarono insieme. Era infuriata, euforica, colma d’odio e di giubilo. Vide il cervo e corse. Corse sotto la luna, ululando, mentre la delicata creatura fuggiva, le agili zampe che sfioravano appena il terreno. Quella era la sua prima caccia, la sua prima preda. Su di lei avrebbe sfogato ogni emozione e la gioia della cattura avrebbe trionfato. Seguì il suo odore nella notte, sulle tracce del cervo di Diana. Quando finalmente balzò su di esso, affondò le zanne nel tenero collo e fece zampillare il suo sangue, tutto ciò che si era portata dentro esplose in un vortice di colori. Strappò la carne rossa e saporita dalle ossa e assaporò ogni stilla vermiglia proveniente da quel corpo agile e muscoloso. Ululò forte, per richiamare i compagni, che vedessero la sua prima preda e rendessero omaggio alla sua caccia. Ma la notte era ancora lunga, le spine dorsali delle creature della foresta erano fragili come ramoscelli, la loro carne era tenera e gustosa e la voce della luna era confortante e illuminante. Corsero fino all’alba, la morbida terra sotto le zampe. Si sistemarono sotto un abete a guardare il cielo colorarsi di un delicato rosa e azzurro. Mentre Diana percepiva il suo corpo tornare delle dimensioni minute cui era abituata, per la prima volta si sentì in pace. Non aveva fatto male a nessuno, le persone erano al sicuro dalla sua rabbia e lei era felice.
La bocca sollevò dal fiero pasto… la bocca sollevò dal fiero… la bocca sollevò.
Nella sua tenda, Giulio rabbrividiva, a metà tra il sonno e la veglia. Sentiva ancora il sapore del sangue in bocca e nonostante i conati non riusciva a vomitare. Aveva ucciso una persona. Ricordava ogni singola sensazione. Non era riuscito a controllarsi. Provava paura e ribrezzo per sé stesso. Eppure, quello era ancora il giorno migliore della sua vita.
“Kevin! Kevin!” La voce acuta di Lenore lo riscosse dal dormiveglia.
“Eccomi, che c’è?“ La risposta di Kevin, scocciata, sicura, per nulla preoccupata. Giulio si stiracchiò e fu lieto di appurare che il sapore di sangue era scomparso. Si sporse leggermente fuori dalla tenda. La ragazza stava strattonando la manica del giubbotto di Kevin. Sembrava fuori di sé.
“I pastori hanno trovato la carcassa. Non dovevi sfidarli! Potevamo cacciare in una zona franca! Quel vecchio lupo grigio, hai visto i suoi occhi? Abbiamo contaminato la loro tana, ci ammazzerà tutti!” Kevin non fece una piega. Anche gli altri ora stavano osservando la coppia con attenzione.
“Hai parlato con lui?” La sua flemma ebbe il potere di calmare leggermente Lenore.
“Con il nipote, il biondo che sembra rimasto agli anni settanta. Ero andata a pisciare e mi è arrivato alle spalle. È silenzioso e molto forte, mi ha quasi spezzato il collo a mani nude.”
“Ma ti ha lasciata vivere.”
“Anche loro ne hanno una nuova. La sua femmina, penso. Era con lui, non avrà voluto sporcarsi le mani. Ma scommetto che stanotte daranno battaglia. Facciamo i bagagli e filiamo!”
Il sorriso di Kevin s’allargò e Giulio capì che era quello che aveva cercato fin da quando aveva deciso di restare a Wolfach. Un’epica battaglia, uno scontro di visioni del mondo. Il ragazzo non poté fare a meno di provare un po’ di astio verso Kevin. Amava quella vita, che bisogno c’era di scontrarsi con altri? L’argento non era assolutamente pericoloso per loro, ma lo stesso non valeva per le zanne e gli artigli dei loro simili. Un lupo può uccidere un lupo e Kevin stava provocando una guerra consapevolmente.
Eppure, si ritrovò a chiedersi che sapore avesse un essere mostruoso come lui.
L’attesa si fece sempre più febbrile, man mano che il giorno avanzava. Nessuno di loro aveva fame, perché s’erano saziati in abbondanza. Corsero in moto per tutto il giorno, macinando chilometri senza mai avvertire la stanchezza. Quando il sole cominciò mutare forma e colore, tornarono al campo per prepararsi ad un eventuale attacco.
“Eccoli” sussurrò Lenore, all’improvviso, le narici dilatate, le pupille simili a voragini nere.
“Brava, Lennie” ghignò Troy. Il branco si schierò compatto, Kevin poco avanti agli altri, attendendo che i pastori uscissero della vegetazione. Mancava ancora un poco al sorgere della luna. Giulio ne era lieto. Significava che i custodi di quel territorio volevano risolvere le cose a parole, pacificamente.
Ed eccoli sbucare dalla vegetazione, il vecchio lupo grigio e i suoi cuccioli. Giulio strinse le mandibole per non gridare e darsi alla fuga: l’anziano padrone del Krone incuteva rispetto e paura. Assieme a lui, il metallaro tedesco, una donna in tailleur, un uomo di mezza età e la ragazza della Panda. Fu lei a cercare il suo sguardo. Erano partiti insieme e arrivati insieme, si riconobbero e si recarono omaggio senza dire nulla. Per un momento gli dispiacque di non aver potuto parlare con quella giovane esile; magari avrebbe potuto compiere il viaggio con lei, invece che sfiorarla appena. Ma non avrebbe funzionato. Il loro modo di concepire la gabbia era diversa. Lui non sarebbe più riuscito a farsi imbrigliare. Lei gli sorrise, come se avesse capito esattamente ciò che pensava, ed era un sorriso di compatimento, che diceva “non hai capito niente, ragazzino”. Lo stesso sorriso della sua professoressa. Bastò per fargli montar dentro la furia. Se fossero arrivati a uno scontro avrebbe finito per squarciarle la gola. Si rese conto con sollievo di non voler fare nulla del genere.
“Andatevene ora. Con quelle cavalcature che vi ritrovate sarete in zona franca in tempo per evitare una morte violenta e prematura, seguaci di Pan” disse il vecchio. Giulio udì un ringhio sommesso provenire dai compagni e non si stupì quando percepì il basso tono vibrante della sua gola unirsi a loro. I pastori continuavano a guardarli con quel sorriso di compatimento.
“Non siamo schiavi degli uomini come voi. Facciamo ciò che vogliamo, e vogliamo stare qui” proclamò Kevin. “Non ci metterete il guinzaglio e non ci rinchiuderete in gabbia!”
Il vecchio scosse la testa, addolorato.
“Mi spiace che non vediate la differenza tra una prigione e una tana confortevole. Se volete rimanere, starete alle mie regole. Non mi piace versare il sangue dei figli della luna.” Kevin ghignò.
“Non ci sono regole, grigio. Le regole sono solo altre catene.”
Il biondo con la maglietta dei Deep Purple si lasciò andare ad una sonora risata di scherno. Il vecchio sembrò non farci caso. Inspirò profondamente e lasciò uscire un sospiro affaticato.
“Aspettiamo la luna, allora. Lascia almeno andare i cuccioli.” Kevin si voltò verso Giulio, che sentì il cuore accelerare in petto.
“Tu cosa vuoi fare? Non costringo nessuno a fare nulla.” Da un lato, Giulio voleva restare, provare l’ebbrezza del combattimento all’ultimo sangue. Ma non voleva morire ora che aveva appena guadagnato la sua libertà.
“Non morirò per voi.” Lenore rise forte, una risata d’approvazione. Gli altri s’unirono a lei. Kevin annuì, con un mezzo sorriso soddisfatto.
“Allora corri via. Se vivremo, seguiremo le tue tracce e saremo ancora branco.”
Il vecchio annuì a sua volta, apprezzando la decisione. La ragazza della Panda strinse forte la mano del nipote del capobranco, come se non volesse assolutamente lasciarla. Lui si voltò a guardarla negli occhi.
“Vai con lui. Non morire per noi. Se vivrò, ti troverò.”
Lei annuì, stringendo i pugni, e Giulio ammirò la sua determinazione a non versar lacrime nonostante gli occhi lucidi. Lasciò il suo branco e s’avvicinò alla sua moto. Ovviamente, sapeva benissimo quale fosse.
“Abbiamo abbastanza tempo?” gli chiese. Giulio corse verso la moto e si mise alla guida.
“Se monti subito, al sorgere della luna saremo lontani.” Lei salì e gli strinse forte le mani intorno al torace. Per un momento Giulio pensò che volesse stritolarlo.
“Ci fermiamo in mezzo alla foresta. Lontano da centri abitati.” Il ragazzo annuì e la stretta si fece più leggera e amichevole. “Bene. Divideremo il cervo di Diana.”
Né Diana né Giulio desideravano tornare a Wolfach di loro spontanea volontà. L’auto della ragazza era ancora lì, ma era in condizioni pessime e nessuno dei due aveva idea di quanto tempo ci sarebbe voluto a ripararla. Continuarono quindi a viaggiare insieme, in moto.
La luna cominciò a dimagrire e la notte poterono fermarsi a dormire in albergo. Diana stava cominciando ad affezionarsi a Giulio, che evidentemente era un bravo ragazzo che aveva perso il controllo. La notte si rigirava nel letto mugolando, rivivendo con terrore la notte della sua macabra iniziazione, svegliandosi madido di sudore. Probabilmente ci avrebbe messo un po’ a superare la cosa. Lei, nonostante tutto, non riusciva a condannarlo: a sua volta si era trasformata in una bestia incontrollabile.
Avevano parlato molto, della sensazione di esser prigionieri, del modo di liberarsi. Era certa che lui non sarebbe stato mai un pastore, ma nemmeno avrebbe abbracciato una via del predatore così radicale come quella di Kevin e i suoi compagni di branco: credeva veramente nella filosofia del “fai ciò che vuoi”, ma lo sbranare persone vive non rientrava tra i suoi desideri. Effettivamente, quando Giulio aveva cercato di far luce su ciò che voleva realmente, gli era sembrato tutto così facile e chiaro da non riuscire quasi a credere d’aver provato tanta angoscia e rabbia. Voleva completare il suo viaggio, tornare a casa, finire il liceo e tornare in Germania per studiare filosofia. Senza più torturarsi, avrebbe fatto ciò che voleva. E quando la luna si sarebbe ingrassata, avrebbe avuto il tempo di correre nella Foresta Nera. A Diana pareva un buon piano. Era contenta che Giulio fosse riuscito a trovare un suo equilibrio. Lei, dal canto suo, desiderava solo rivedere Andreas. Il dubbio la divorava, voleva sapere se era ancora vivo.
“Spero che Kevin sia morto. Lo spero davvero” le disse un lunedì mattina Giulio, teso e tremante, appena desto dal suo incubo ricorrente. Diana annuì, il cuore pieno d’ansia. Era ora di tornare, se lo sentiva. Il giorno della luna sancisce sempre un nuovo inizio, ed era il momento di scoprire cosa le riservasse il futuro. Non poteva restare in attesa, angosciandosi, mentre il suo principe azzurro giungeva a salvarla. Era una cacciatrice, dopotutto.
“Anche io. E credo sia il momento di andare a constatare la cosa di persona. Mi puoi dare un passaggio fino al Krone, vero?”
E fu così che per l’ultima volta Diana provò l’ebbrezza di cavalcare quella strana creatura metallica, affidandosi al conducente, piegandosi con lui a ogni curva, in una strana danza. Ad ogni svolta lui diventa più grande, ed io più vecchia, pensò con malinconia. Ed è per questo che nemmeno io mi tratterrò più. La vita è troppo breve.
Il paesino di fiaba adagiato tra le ombre della Foresta Nera li accolse di nuovo con i suoi fiori colorati; l’Hotel Krone, con aria paterna, vegliava su quelle casette dall’aria placida. Diana scese dalla moto e Giulio le rivolse un cenno di saluto prima di ripartire, accelerando verso il suo futuro. Kevin era morto, ne era certo. L’odore del suo sangue permeava ancora la terra su cui stava correndo. Non gli importava che fine avessero fatto gli altri. Kevin gli aveva insegnato a mettersi in comunicazione con il grande Tutto. Ora stava a lui.
Diana entrò nell’albergo, fremente di gioia e di aspettativa. Dietro il bancone della reception, Andreas le rivolse un grande sorriso.
“Stasera sarei partito per cercarti” disse allegramente, allargando le braccia, pronto ad accoglierla “la tua auto è pronta. Anche se ti consiglierei vivamente di farla rottamare, immagino che tu voglia tornare a casa.” Diana annuì e gli corse incontro, abbracciandolo forte.
“Esatto” sussurrò “perché ho delle questioni da sbrigare. Ogni viaggio ha un inizio e una fine, giusto? Ma mi rivedrai alla prossima luna piena, e forse resterò. Non sarà facile, ma possiamo provarci. È ora di costruirmi una tana. Sono uscita dalla gabbia, dopotutto.”
