[…]ac venti velut agmine facto,
qua data porta, ruunt et terras turbine perflant.
Incubuere mari totumque a sedibus imis
una eurusque notusque ruunt creberque procellis
africus et vastos volvont at litora fluctus.
Virgilio - Eneide, I , 82-86
Munea aveva appena mostrato la sua faccia dorata colorando il cielo d’azzurro, quando il mare cominciò a depositare gentilmente i corpi dei naufraghi a riva. Poco dopo s’alzò il canto. Era una musica dolce, come quella che ogni tanto gli abitanti dell’isola udivano provenire dagli scogli poco lontani, che le sirene donavano quando il volto argenteo dell’astro illuminava fiocamente la notte. Ma non era il canto delle sirene. Erano le fate, che lentamente, piccole macchioline nere sulla spiaggia chiara, andavano a raccogliere quei macabri frutti del mare. Il vento soffiava forte, disperdendo le loro voci, cullandole, trasportandole in tutta l’isola, ma le fate non ci facevano caso, come non badavano ai piccoli turbini di sabbia o alle loro gonne nere che sbattevano forte contro le loro cosce.
Davanti a tutte Adele, la più giovane, cominciò solitaria la ricerca che compiva da quando aveva imparato a camminare e a parlare, otto anni prima. Si chinò su tutti quei corpi che non erano tanto lividi e gonfi da non lasciar dubbi. Avvicinò le sue gote paffute a volti pallidi, a labbra bluastre, appoggiò le piccole mani sul petto freddo dei morti cercando anche solo un piccolo guizzo di vita. Ce n’era sempre almeno uno. I corpi che si lasciava dietro erano raccolti dalle altre fate, portati al carretto che li avrebbe trasportati alla fine del loro viaggio, coperti da lenzuola di lino. Adele proseguiva a piccoli passi, lasciando impronte leggere sulla sabbia, che subito erano cancellate dall’incessante soffio di Padre Vento. Si chinò su una donna dal ventre gonfio, ma nulla c’era da fare per lei o il bambino. Si chinò su un anziano signore, accarezzò il suo volto pacifico e passò oltre. Si chinò su un ragazzo appena ventenne, sbarbato com’era uso delle genti del continente, e percepì un fremito leggero, come un battito d’ali, sotto il suo tocco. Accostò le labbra a quelle di lui, per soffiare la vita nel suo petto. Lo fece di nuovo. E di nuovo. Le altre fate attendevano.
Il ragazzo tossì.
Adele s’alzò, giunse le mani sul ventre e intonò un inno di giubilo in ringraziamento a Madama Burrasca. Poi, ricominciò a camminare.
Lucio aprì gli occhi e inspirò profondamente, d’istinto, per poi sentire i suoi polmoni bruciare di dolore. Tossì forte, espellendo una schiuma rosata e vischiosa. Sono vivo, pensò. Subito inspirò di nuovo, lieto di poter provare ancora dolore, e tossì di nuovo, le lacrime agli occhi, felice d’esser scampato a quell’incubo.
Aveva avvertito il comandante di non avvicinarsi troppo alle coste dell’isola: conosceva bene la leggenda di S’isol’ebentu, solo le barche appositamente incantate dalla Fata delle Maree potevano attraversare i suoi mari burrascosi. E la fata non incantava mai navi per il continente.
Eppure, il capitano l’aveva fatto: terrorizzato dalla tempesta aveva gettato la caravella in un inferno di vento e di mare sperando di raggiungere terra, di salvarsi. Invece, li aveva condannati tutti. Lo scafo s’era sbriciolato sotto il soffio del vento. Gli alberi erano stati divelti. Ricordava benissimo d’aver visto il suo maestro tentare un incanto, nonostante sapesse bene che quella tempesta magica avrebbe spazzato via anche le formule più potenti, ma era un tentativo disperato di salvarli tutti, mentre il mare li inghiottiva. Anche Lucio aveva tentato un incanto. Poi, il suo pesante abito di velluto l’aveva trascinato giù. E ancora gli rombava nelle orecchie il violento soffio del vento.
Gli ci vollero pochi secondi per realizzare che quel rumore era reale. Era sdraiato in una stanzetta con i muri grezzi dipinti di bianco. Da una piccola finestra filtrava la luce del volto dorato di Munea. E Lucio quasi non riusciva a credere che quelle pareti potessero sostenere la furia del vento che ululava appena fuori, come lamentandosi di tutti i mali del mondo. Distolse lo sguardo, il cuore attanagliato da una strana angoscia, come se ascoltando troppo quel lamento potesse esserne spazzato via.
Oltre al suo, nella stanza c’erano altri due letti. Uno era occupato da un ragazzino di non più di dieci anni, che dormiva placidamente, ancora ignaro d’essere rimasto solo al mondo su un’isola lontana da casa. Sull’altro era stesa una ragazza poco più giovane di lui, gli occhi sbarrati, i capelli biondi ancora sporchi di sabbia. Se la ricordava, era una novella sposa in viaggio di nozze. Sembrava molto felice, a braccetto del marito mentre osservava i gabbiani stagliarsi sul cielo terso, in attesa di partire verso una traversata senza ritorno. Piangeva in silenzio.
“Mi dispiace per tuo marito.” Il sussurro di Lucio era appena udibile sopra l’incessante ululare del vento.
“Non smette. Sono ore che sono sdraiata qui, ma non smette mai. Sempre questo rumore. Mi sembra d’impazzire” fu la risposta di lei.
Lucio non faceva fatica a credere alle parole della giovane vedova. Si chiedeva, anzi, come facessero gli abitanti di S’isol’ebentu a sopportare quel grido che non taceva un momento. Quando anni prima il suo maestro gli aveva raccontato la storia del posto, di come un’isola intera fosse rimasta tagliata fuori dal mondo per secoli, come nell’occhio di un eterno ciclone. Lucio era rimasto affascinato all’idea di un luogo tanto protetto, sicuro, irraggiungibile dal mondo esterno, e ne aveva invidiato gli abitanti. Ma ora si ritrovava a pensare di preferire i lamenti dei nemici feriti dai suoi incanti alla voce di Padre Vento.
Il cigolio dei cardini della piccola porta lo distrasse. È difficile sovrastare il rumore di fondo, pensò Lucio, probabilmente lasciano che la salsedine li faccia arrugginire.
Nella stanzetta bianca fece il suo ingresso una bambina completamente vestita di nero. Casacca nera a collo alto, lunga gonna nera, scarpette nere lucide. Solo le mani e il volto restavano scoperti, persino i capelli erano raccolti da un fazzoletto dello stesso colore. Il volto della bimba era tondo, le guance rosee e paffute, gli occhi grandi e scuri. Non dimostrava più di dieci anni.
“Salute a voi, naufraghi venuti dal continente.” Lucio aggrottò le sopracciglia. Quella voce gli era familiare. “Io sono Adele, una delle fate di quest’isola. Sono venuta a portarvi da mangiare e a controllare che foste svegli.” Posò lo sguardo sul ragazzino addormentato. Poi, senza dire una parola, si sedette accanto a lui e gli reclinò lievemente indietro la testa. Con la mano libera, cominciò a imboccarlo. Lucio si rese conto che per la seconda volta in pochi minuti era rimasto incantato da un particolare. Nemmeno s’era accorto del peso sulle sue ginocchia, intento com’era a studiare la figura della fatina. Un vassoio era stato posato lì da mani invisibili, sopra vi era una zuppa di pesce, un piattino d’olive e del pane bianco.
“Grazie” mormorò il giovane, e cominciò a mangiare. Non aveva molta fame, ma sapeva che, se voleva tornare in forze, non aveva molta scelta.
La vedova non si mise nemmeno seduta. Restò ad ascoltare il vento, ben consapevole del vassoio sulle sue ginocchia. La fatina di nome Adele, dopo aver nutrito il bimbo addormentato, si sedette accanto a lei.
“Non lasciarti portare via dal soffio del vento. Se Madama Burrasca ti ha portata fino a noi, è perché non desiderava che la tua vita fosse spazzata via. Onora la memoria dei defunti restando viva.”
“Voglio andarmene da qui” sussurrò la vedova.
“Non si può” rispose tranquilla Adele.
“Allora, voglio morire.”
La bambina non insistette oltre.
Lucio, dal canto suo, non riuscì a restare in disparte, udendo l’ultima affermazione della fata.
“Non si può davvero? Non avete delle barche incantate, che possono ignorare la tempesta?”
Adele si voltò leggermente, per guardarlo negli occhi. Lucio sostenne lo sguardo, incuriosito. Non sembrava nemmeno una bambina. Il giovane mago sapeva che le fate erano le uniche sull’isola a poter praticare una magia che funzionasse. Sapeva anche che erano prese dalle loro culle ancora in fasce, nottetempo, dalla Fata delle Maree, che le sceglieva personalmente tra le neonate dei villaggi che punteggiavano la costa dell’isola. Ma non pensava che già così giovani fossero tanto padrone dei loro poteri.
“Sì, le abbiamo, ma sono piccole imbarcazioni da pesca, non possono fare lunghi tragitti.”
“E non si può incantarne una apposta?” Adele si mise a ridere, una risata infantile, gioiosa, che ebbe il potere d’irritare profondamente Lucio. “Senti, ragazzina, se le storie sono vere la Fata delle Maree è un’incantatrice molto potente. Scommetto che è in grado di farci andare via da questo posto. Questo rumore mi sta facendo impazzire.”
Adele tornò seria quasi all’istante e tornò a fissarlo. Il vestito nero le dava un’aria spettrale.
“Come fai a sapere queste cose?”
“Anche io sono un incantatore.” Adele annuì.
“Mi spiace per te. Qui la magia del continente non sempre funziona. Il vecchio Girolamo ci ha messo una vita a capire come pronunciare di nuovo tutte le sue formule. È morto l’anno scorso. Mi spiace, era gentile.” Lucio inspirò profondamente e il dolore al petto ebbe il potere di distrarlo dal crescente sentimento di stizza che la sua interlocutrice gli provocava.
“Sono rimasti dei diari, dei resoconti degli studi di questo Girolamo?”
“Non che io sappia.” Lucio s’aspettava quella risposta.
“Pensi che potrei parlare con la Fata delle Maree?” domandò, speranzoso. La fatina parve riflettere per qualche momento.
“Immagino di sì. Le manca Girolamo. Manca a tutte noi. Penso che Madama Burrasca ti abbia risparmiato perché sapeva che il mago era morto e le fate erano tristi.” Lucio le sorrise gentilmente. Questa bambina ha qualcosa di contorto, pensò tra sé e sé.
“Lo credo anch’io.”
La Fata delle Maree era una vecchina tanto curva e grinzosa che, quando Lucio la vide, una macchiolina nera in mezzo all’oliveto, intenta a fissare gli alberi con un sorriso rugoso, si domandò come mai non fosse stata spazzata via dalle terribili folate che smuovevano le fronde degli alberi e lo costringevano a strizzare gli occhi per evitare che si riempissero di polvere.
Era stato portato fin lì da un carretto sgangherato, trainato da un asinello dall’aspetto malaticcio e guidato da un giovane pastore che aveva chiacchierato allegramente per tutto il viaggio. Aveva parlato soprattutto della bella vedova, intessendo le sue lodi. Da quando Adele gli aveva chiesto di portare ai naufraghi i suoi formaggi migliori, la ragazza aveva cominciato a mangiare e Lucio sospettava che presto avrebbe dimenticato il suo desiderio di tornare nel continente. Quando alla fine del viaggio Lucio aveva chiesto perché non si facesse incantare il calesse in modo di fare a meno dell’asino (del resto, ormai nel continente tutti i mezzi di trasporto si muovevano a quel modo), il pastorello aveva scosso la testa, gli aveva rivolto un bianco sorriso ed era tornato indietro, lasciandolo davanti ad una distesa di alberi dalle strane forme. Anni e anni di vento incessante li aveva costretti a crescere piegati su loro stessi, eppure, lucenti come gioielli sui loro rami, Lucio poteva scorgere le olive più grosse e belle che avesse mai visto.
Al centro dell’oliveto, la donna pareva aspettarlo. Quando lo vide alzò la mano in cenno di saluto e gli fece segno d’avvicinarsi.
“Schiavo vostro, signora” salutò il ragazzo. Il sorriso di lei s’allargò mettendo in risalto la fine ragnatela di rughe che attraversava quel volto abbronzato.
“Adele dice che ti sei rimesso in fretta, Lucio del Mare Aperto.”
“Sono stato ben accudito. Vi ringrazio infinitamente.” La vecchia signora annuì leggermente, senza togliergli gli occhi di dosso. Il giovane aveva visto parecchie fate ormai, dopo più di un mese di convalescenza, e l’anziana donna era l’unica con gli occhi così blu, come il mare che l’aveva inghiottito e risputato su quelle rive.
“Ma ora vuoi andartene. Non ti piace questo posto?” Lucio alzò gli occhi al cielo terso, a Munea che sfavillava solitaria. All’inizio aveva pensato che quel luogo fosse destinato a non veder mai una nube, che anch’esse fossero tenute lontane come gli abitanti del continente e la magia, invece una notte nembi oscuri s’erano come materializzati dal nulla ed era scoppiato un furioso temporale, che gli aveva fatto venire i brividi per ore.
“Non riesco a tollerare questo vento incessante.” Un’espressione furbetta si dipinse sul volto antico della sua interlocutrice.
“Stanchezza, mal di testa, orecchie chiuse… scommetto che Adele può preparare una tisana per te.” Lucio si sentì preso in giro.
“Ma io, signora, non voglio una tisana. Voglio andarmene.” La donna non disse nulla ed egli si sentì autorizzato a continuare. “Quando ho sentito parlare di questo posto ho pensato che fosse meraviglioso vivere su un’isola al sicuro dalle vessazioni dei sette regni, protetta da un vento magico, completamente autosufficiente, con una terra ricca, pascoli verdi, mare pescoso, senza preoccuparsi di tutto quello che succede fuori. Ma questo vento magico che vi porta tanta fortuna, signora, è intollerabile. E ci sono storie precise su come vivete qui a S’isol’ebentu, nel continente. Ciò significa che qualcuno che è stato qui è anche tornato indietro. Che sia sopravvissuto a due fortunali lo escludo. S’è mosso con la magia. Ed è per questo che mi rimetto a voi, che siete l’incantatrice più potente dell’isola. Fatemi tornare a casa.”
La Fata delle Maree non rispose. Prese delicatamente la mano del ragazzo e lo condusse dinnanzi a un olivo enorme, il più antico che Lucio avesse mai visto. A casa sua, poco distante dal mare calmo e scintillante (così diverso da quello dell’isola, perennemente increspato) che aveva amato sin da bambino, c’era un piccolo oliveto. Gli alberi che vi crescevano erano antichi e uno dei suoi primi incanti era stato formulato proprio per conoscerne l’età esatta. Se solo avesse potuto, avrebbe pronunciato le stesse parole per capire quanto fosse vecchio l’esemplare che aveva dinnanzi. Nonostante fosse tutto piegato su sé stesso era alto e imponente, i rami grossi come i tronchi dei suoi fratelli più giovani.
Poi la donna parlò, senza smettere di fissare l’albero. Parlò e la sua voce era come lo sciabordio della marea che ritira pigramente le sue dita dalla riva.
“Le storie viaggiano, incantatore del continente. Vagano di voce in voce, come naufraghi alla deriva, e non tutte le voci che le narrano sono umane. Gli alberi possono raccontare del bambino che s’arrampicò sui loro rami secoli or sono, i pesci parlano ai pescatori, le sirene cantano segreti a lungo dimenticati. Gli strigoi dell’est, dialogando coi loro monti, apprendono le storie che si narrano nelle nostre locande. Le veggenti sentono la voce degli dèi raccontare della nostra gente. Non c’è bisogno di lasciare l’isola per far giungere le sue leggende dall’altra parte del mondo conosciuto. Così le figlie dei re delle foreste del nord sanno dei giganti che di notte escono dalle loro caverne e si spostano verso la costa, delle loro lunghe ombre che si stagliano sul cielo nero, per venire nei nostri villaggi in cerca di bambini da divorare, esattamente come lo sanno le figlie dei pescatori. Nessuno ha mai lasciato l’isola. Le storie non hanno padrone, sono libere come il vento.” Lucio strinse forte i denti, cercando di non mostrare il proprio disappunto.
Non appena fu libero di lasciare la dimora delle fate, Lucio decise di stabilirsi nella casa del vecchio Girolamo. Nessuno protestò. L’abitazione era fuori mano, a media distanza tra due villaggi, in cima a una brulla collina su cui ogni tanto qualche pastore portava le capre a pascolare. Era rimasta vuota dalla morte del vecchio e a tutti parve naturale che il nuovo incantatore ne prendesse il posto. Ma per lui quelle mura di pietra grezza erano solo un rifugio provvisorio dalle sferzate di quel vento angosciante: non aveva perso la speranza d’andarsene da quel luogo in cui, anche nella più completa solitudine, non si poteva godere del silenzio. Si guadagnava da vivere come poteva, facendo piccoli favori alla gente, che sembrava trattarlo con rispetto anche se non poteva utilizzare il suo vero potere. Adele, la fatina, lo andava a trovare tutti i giorni, inerpicandosi sola sul sentiero che conduceva alla casetta solitaria. Ben sapendo che era intenzione di Lucio riappropriarsi della sua magia, gli dava dei consigli cercando di ricordare come Girolamo pronunciava le sue formule e spiegandogli come lei stessa operava i suoi prodigi. Lucio capì presto che non sarebbe mai riuscito a esercitare la magia delle fate: essa nasceva dal loro sangue incantato. Ma la compagnia della ragazzina cominciò ad essergli gradita e i suoi modi particolari, a tratti inquietanti, gli divennero cari.
La sera, dopo cena, i due si recavano alla locanda del porticciolo più vicino, a sentire le storie dei pescatori. Poi Lucio tornava verso la casetta di pietra e Adele si dirigeva da sola verso la dimora delle fate. Ogni tanto l’incantatore vedeva le ombre dei giganti stagliarsi sul volto argenteo di Munea, a volte passava per la spiaggia per udire il canto delle sirene. Eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, non trovava ciò che gli serviva.
“Domani ci sarà il matrimonio” disse un giorno Adele, varcando la soglia della casetta “Eppure tu non hai smesso di cercare.”
Lucio alzò gli occhi dalla pergamena che stava scrivendo.
“E così la bella vedova diventerà una sposa. Il tempo vola.” La fatina scrollò le spalle e s’andò a sedere accanto a lui, al tavolo.
“Cosa scrivi?”
“La storia che ieri m’ha raccontato quell’anziano pescatore mentre rammendava le sue reti. Sto facendo una raccolta per quando lascerò l’isola.” Adele lo fissò a lungo con i suoi grandi occhi neri, senza dire una parola, lasciando a colmare il silenzio gli ululati del vento, come al solito insopportabili alle orecchie di Lucio.
“Tu hai due facce” disse poi la fata. Il ragazzo alzò lo sguardo.
“Cosa?”
“Sei come Munea, hai due facce, una dorata e una argentata, e quando cambi dall’una all’altra diventa sempre più buio fino a che non resta solo una linea nera nel cielo, per qualche secondo. Poi arriva di nuovo la luce, ma è diversa. E anche tu sei così. Non hai mai smesso di cercare. Ma io credo che tu non stia tentando di lasciare l’isola. La storia che vuoi sentire è un’altra. Poi diventerà buio. E poi, splenderai di nuovo.”
Lucio si sentì gelare. Il volto di quella creatura dall’aspetto di bambina era pallido e impassibile, ed egli aveva imparato a non sottovalutare i suoi poteri né il suo modo di fare apparentemente noncurante. Probabilmente Adele sospettava qualcosa. Ma il fatto che fosse andata a dirglielo, invece che denunciarlo alla Fata delle Maree, forse significava che in realtà non aveva intenzione di fermarlo. Lei continuò senza dare troppo peso alla sua incertezza. “Per cui, ora io ti racconterò una storia.”
Lucio posò il pennino sul tavolo. Un gesto semplice, che gli servì a dominare l’eccitazione crescente che lo stava pervadendo. Lo sapeva che la chiave erano le fate. Lo sapeva.
“Perché lo fai solo ora?” domandò con tono casuale. Adele gli posò la mano innaturalmente bianca sul braccio.
“Volevo vederti attraverso. Volevo vedere se avresti continuato a cercare, o ti saresti arreso come gli altri. Non ti sei arreso e quindi meriti di conoscere.” Lucio inspirò profondamente. Era il momento che aspettava da… da troppo tempo.
“E in cambio, cosa vuoi? Nelle storie le fate non fanno niente per niente.” Adele annuì.
“Hai imparato bene. Un racconto per un racconto. Voglio che mi parli della tua cerca. Uno scambio di questo genere è molto potente, anche se è un tipo di magia che nel continente pare essere andata persa.” Lucio strinse gli occhi. Poteva prendersi quel rischio. Sorrise alla sua interlocutrice.
“Affare fatto. E per dimostrarti la mia buona fede, comincerò io.”
Quando la voce melodiosa della fata smise di sussurrare appena sopra quella del vento, un sorriso trionfante si fece largo sul volto di Lucio. Non aveva spinto la nave verso il naufragio per niente. Non aveva sacrificato la vita del suo maestro e quella della maggior parte degli sfortunati viaggiatori per inseguire un’illusione. Il potere che andava cercando era vero, tangibile, e poteva essere conquistato.
Quando aveva ricevuto le carte del vecchio Girolamo, comparse dal nulla una mattina sul tavolo della colazione, il suo maestro le aveva liquidate come sciocchezze. L’incantatore era geniale, ma era anche notoriamente pazzo ed era partito anni e anni prima in cerca di un’utopia: il potere del vento, tanto devastante da rendere invincibile chiunque l’avesse posseduto. Non era mai tornato e tutti lo davano per morto, ormai. Invece aveva mandato al suo allievo più promettente le sue carte, perché finisse ciò che lui, ormai vecchio e debole, aveva iniziato. Girolamo aveva trovato un modo per far funzionare la magia del continente sull’isola. Purtroppo, non era riuscito a trovare anche il modo per incatenare il vento. Lucio aveva preso molto sul serio quegli scritti. Aveva imparato tutto ciò che il vecchio aveva lasciato in eredità. Poi, aveva annunciato che sarebbe partito per un viaggio in nave, verso gli arcipelaghi del sud. Il suo maestro era partito con lui, nonostante Lucio avesse tentato di dissuaderlo, ma gli stregoni degli arcipelaghi lo affascinavano e desiderava incontrarli. Lucio era stato costretto ad accettare. Quando la nave era giunta al punto navigabile più vicino a S’isol’ebentu, il giovane aveva utilizzato la formula per chiamare la tempesta, approfittando poi del panico per incitare il capitano a non avvicinarsi all’isola, ben sapendo che invece avrebbe suscitato un ultimo barlume di speranza nella sua mente, che lo avrebbe spinto a un disperato tentativo di salvare la nave e il suo equipaggio. Aveva visto il potere del vento coi suoi occhi. Aveva visto le parole magiche del maestro risucchiate dal vortice, mentre le sue funzionavano. Lo stupore negli occhi del suo mentore fu grande, mentre udiva le efficaci formule di protezione pronunciate dall’allievo, ma Lucio sapeva che salvandolo avrebbe potuto inficiare la riuscita del piano. Nessuno sull’isola doveva sapere che era riuscito ad aggirare la sua più grande protezione, per questo era dovuto arrivare per nave, scatenare quell’inferno. Il suo maestro avrebbe fatto saltare tutta la copertura. Così s’era fatto trascinare sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme ai cadaveri dei naufraghi. Aveva respirato dell’acqua, ma era sopravvissuto. Aveva simulato interesse per gli scritti di Girolamo, quando già ne aveva padronanza. Aveva manifestato la volontà di ritrovare il suo potere, quando già lo possedeva. Aveva finto di cercare un modo per lasciare l’isola e aveva funzionato: tutti si erano dimostrati disponibili a raccontargli quello che sapevano. E ora che la fata gli aveva narrato la storia che desiderava tanto conoscere, avrebbe concluso ciò che Girolamo il pazzo aveva iniziato.
“Immagino che ora vorrai andare all’oliveto” disse Adele, strappandolo alle sue riflessioni. Lucio la fissò per qualche secondo, chiedendosi se avesse intenzione di fermarlo. Gli sarebbe dispiaciuto ucciderla, ma se fosse stato necessario fare un altro sacrificio non si sarebbe tirato indietro. Del resto gli esseri come lei erano tutt’uno con l’anima dell’isola e, secondo la leggenda, le radici dell’antico olivo che la Fata delle Maree gli aveva mostrato tenevano insieme la terra come una rete intessuta di magia. Sarebbe morta comunque, a lavoro concluso.
“Esatto.” Avrebbe sradicato quell’albero e liberato il potere del vento, per poterlo incatenare di nuovo in un diverso contenitore. Adele non diede segno di voler in qualche modo intervenire nella sua scelta. Quell’atteggiamento, nonostante tutto, lo innervosì. “Non hai paura che l’isola si sgretoli?” Ella scosse la testa.
“Quella voce è stata messa in giro dalla Fata delle Maree, cosicché a nessuno venisse in mente di toccare l’olivo e inavvertitamente liberare Padre Vento.”
I due si lanciarono una lunga occhiata. Poi Lucio scoppiò a ridere, subito seguito dalla fatina. Certamente stava ridendo di lui, ma quel suono argentino e infantile lo mise comunque di buon umore. Era disposto anche a sgretolare l’isola per ottenere il potere del vento. Eppure si sentiva sollevato: era solo stato troppo credulone. Avrebbe dovuto pensarci subito. La tensione tra loro si sciolse con la risata, e quando Lucio s’alzò per andare a finire ciò che aveva iniziato si sentiva molto più tranquillo.
“Bene allora, Adele. Io vado.”
Quando il vento cessò all’improvviso, ogni singolo abitante dell’isola interruppe ciò che stava facendo, sgomento.
I pescatori si ritrovarono in mezzo a un mare completamente calmo, a bocca aperta, a fissare l’orizzonte senza dover strizzare gli occhi. Le anziane sedute pigramente fuori dalle loro case, che avevano passato tutta la vita con il rumore delle sue grida nelle orecchie, cominciarono a strillare in preda al panico. La novella sposa, finalmente libera dal peso del suono che tanto odiava, in preda a una gioia estrema lanciò in aria il mazzo di gigli di mare che, senza volare via, finì tra le braccia di una ragazzina che rise di gusto. La sposa capì che avrebbe potuto veleggiare verso casa in qualsiasi momento. Abbracciò suo marito, e decise di restare. Le sirene, finalmente libere di levare i loro canti senza che fossero strappati a forza dalle loro gole, intonarono inno di giubilo. I giganti addormentati si rigirarono nelle loro enormi case di pietra, senza svegliarsi né sognare.
Lucio camminava verso il molo. Lì avrebbe osservato per l’ultima volta il mare dell’isola, prima di tornare a casa sulle ali del vento. Ad aspettarlo trovò Adele e l’anziana donna che forse un tempo era stata innamorata del vento.
“E così te ne vai davvero, Lucio del Mare Aperto” disse la Fata delle Maree. Non sembrava dispiaciuta, né arrabbiata. Il suo amante infedele era ancora prigioniero. E forse, pensò Lucio con un sorriso, preferiva starsene nell’olivo che obbedire a lui: prima almeno aveva una limitata possibilità di movimento.
“Non ho più motivo per restare. Forse dovreste andarvene anche voi. Avrete dei bei cambiamenti, qui, ora.” Adele gli rivolse uno dei suoi sorrisetti irritanti, come se lei, fata bambina, sapesse molte più cose di un incantatore istruito nelle migliori scuole del continente.
“Non sempre i cambiamenti sono negativi, non è vero? È come quando Munea cambia faccia. Dopo il momento di buio, saremo illuminati dalla nuova luce.”
“C’era una volta, quando ancora il mondo era semplicemente diviso tra terra e acque, una bellissima fata, che viveva vicino al mare, e il Vento se n’innamorò. La fata ricambiò l’amore del Vento, e per cento volte cento anni i due s’incontrarono lì dove mare, cielo e terra s’uniscono. Ma il Vento è scostante e come passa è subito andato. Quell’amore che pareva eterno fu dimenticato nel soffio d’un attimo e la fata si ritrovò sola vicino al mare. Disperata, cercò in tutti i modi di richiamare a sé l’amante infedele, ma senza successo. Così rubò un pezzo di terra e lo collocò in mezzo al mare, per avere almeno qualcosa di suo. Su quella terra cresceva un albero di olive, le sue radici impedivano che si sgretolasse. E per cento volte cento giorni la fata restò sola a piangere. Ma il suo umore era scostante come le maree e così cominciò a sentirsi sola. Viaggiò per cento volte cento settimane per cercare chi volesse vivere con lei sull’isola, per tenerle compagnia. E rubò le sirene alle coste dorate, rubò i pescatori alle loro acque, rubò i pastori ai loro pascoli e i giganti alle loro caverne, perché tutti hanno bisogno d’aver paura di qualcosa. E il Vento vide che la fata non era più sola e ancora mutò d’umore, geloso, desideroso di rubarle ancora il cuore. Quando la fata vide comparire il suo scostante amante lo abbracciò, fingendo d’averlo perdonato. Ma non appena si fu addormentato al suo fianco, ella gli gettò una maledizione, legandolo per sempre all’antico olivo, impedendogli di lasciare la sua isola e costringendolo a proteggere la sua gente. Costringendolo a rimanere con lei, per sempre.
E Padre Vento continua a infuriare, gridando, cercando inutilmente di liberarsi. E sono queste urla che tu senti anche ora.”
La fatina guardò Adele con aria irritata.
“Ma io non sento niente!” esclamò con sdegno.
La fata guardò fuori dalla finestra, con un mezzo sorriso.
“È così che hanno raccontato questa storia a me, tanti anni fa. È così che l’ho raccontata a chi ha rubato il vento e ha cambiato l’isola. Se vorrai, potrai aggiungere tu quella parte.”
