La notte sembrava più scura da quando tutto era cominciato. Scura, malvagia, pericolosa. Le stelle non erano più belle agli occhi di Frank, solo distanti. E faceva sempre troppo freddo.
Era fuori da ore ormai, immobile contro la dura corteccia di un nocciolo, occultato da un incantesimo di Disillusione. Forse da qualche parte nel fitto della vegetazione c’era anche Alice, mimetizzata come lui, in attesa, nell’oscurità. Forse erano presenti anche altri membri dell’Ordine, ma lui non lo sapeva: nel caso fosse stato catturato, non avrebbe potuto compromettere nessuno. In ogni caso, la missione era quasi finita e non c’erano in vista grossi problemi.
In quella foresta, a poche miglia da Hogsmeade, baldanzosi e tanto certi della loro forza da pensare di non correre alcun pericolo, vi erano tre uomini incappucciati. Discutevano a voce bassa, ma non abbastanza da non essere uditi. Non avevano posto su di loro alcun incantesimo, non avevano controllato se ci fossero spie.
Pesci piccoli, certamente inesperti, non erano in possesso di informazioni rilevanti. Erano saliti sul carro del più forte, avevano scelto una vita di servitù in cambio di comodità e protezione. Il cuore di Frank era colmo di disprezzo. Non erano altro che deboli, troppo spaventati dall’idea di non valere nulla, pronti a vendersi per del potere fasullo a chi non desiderava altro che accrescere il proprio senza timore di usare loro e la loro vita.
Catturarli forse non avrebbe portato nulla alla comunità, ma certamente avrebbe insegnato loro quanto sciocca, vile e umiliante fosse stata quella scelta.
Senza muoversi attese che fosse dato il via all’operazione.
“Un successo!” James alzò il bicchiere con un grosso sorriso sul labbro insanguinato. Gli altri lo fissarono con aria poco convinta. Non era stato affatto un successo.
“La parola che avrei usato io è un’altra” disse Frank, laconico. “Una trappola.”
“Non si può certo brindare alle trappole” replicò James, pronto. Frank si passò una mano sull’occhio tumefatto. Non riusciva nemmeno ad aprirlo, ma era un miracolo che ne fosse uscito solo con quel graffio. Erano caduti in un vero e proprio agguato. Evidentemente il nemico aveva usato i pesci piccoli per attirarli e lui nemmeno ci aveva pensato.
Aveva solo vaghi ricordi della battaglia: la sua mente era ancora confusa dal terrore e dall’ansia.
Al segnale aveva attaccato i Mangiamorte. Insieme a lui altre tre persone, Disilluse anch’esse per non farsi riconoscere dal nemico. I bersagli erano caduti subito. Poi, all’improvviso, dal fitto della boscaglia erano uscite almeno dieci figure mascherate e incappucciate. Erano volati sortilegi. Un Reductor ben piazzato gli aveva fatto esplodere un cespuglio proprio di fianco. Per pura fortuna solo l’occhio era stato colpito dai frammenti. Infine era arrivato lui. Allora Frank aveva capito che non era solo una trappola qualsiasi. Era un assassinio premeditato dall’Oscuro Signore che in persona voleva uccidere alcuni tra i suoi più tenaci nemici. I Mangiamorte servivano solo per indebolirli e ferirli.
Altri incantesimi erano stati lanciati, ma il giovane Auror s’era reso conto quasi subito che vi era un unico modo per salvarsi la vita. Vergognandosi di sé stesso, aveva dato ordine di scappare.
Era fuggito per miracolo, correndo nella notte scura e inospitale, non più rifugio per gli amanti ma scudo per gli assassini. Aveva raggiunto il luogo di ritrovo, una capanna abbandonata e preparata appositamente per accoglierli al termine di quella missione. Si era ricongiunto con gli altri. Come previsto, c’era Alice. Con lei, Lily e James.
“Probabilmente quando Moody ci raggiungerà mi riempirà di recriminazioni e avrà ragione” sospirò Frank con aria affranta. Non gli piaceva fallire e gli piaceva ancora meno sentire i rimproveri dei suoi superiori. E quando i superiori lavoravano anche per l’Ordine della Fenice le lamentele si gonfiavano di conseguenza. Alice gli posò una mano sul braccio, gesto che, nonostante tutto, ebbe il potere di scaldargli il cuore.
“Ci riempirà di recriminazioni. Non sei l’unico Auror qui, ricordi? Divideremo la responsabilità. In ogni modo, non ci pensare. Siamo al sicuro, ora. Possiamo festeggiare.” Frank annuì, nonostante si sentisse come se una selvaggia bestia gli si agitasse nel petto. Era la terza volta che ce la facevano per il rotto della cuffia. In quella capanna abbandonata, illuminata solo dalla fioca luce di un Lumos, in compagnia solo di una bottiglia di succo di zucca (niente alcolici mentre si è in servizio, pensò con amarezza) e dei suoi più cari amici, poteva abbandonarsi al piacere di essere vivo. C’era effettivamente qualcosa da festeggiare. Lentamente, sollevò il calice.
“Un successo, allora. Ne abbiamo feriti parecchi e ci metteranno un po’ a riorganizzarsi. Abbiamo preso tempo. E, ancora più importante, siamo tutti vivi.” James annuì, convinto. Il sorriso s'allargò nonostante il labbro stesse cominciando a gonfiarsi in modo preoccupante. Aveva gli occhiali scheggiati, ma nessuno aveva ancora avuto la forza e la voglia di lanciare un incantesimo per ripararli.
“Così, si fa.” I bicchieri tintinnarono leggermente quando s’incontrarono. In silenzio i quattro amici ne vuotarono il contenuto. Frank si perse nei suoi pensieri. Si erano salvati, ma non era affatto ottimista. Ogni scontro andavano sempre più vicini all’essere soverchiati e uccisi. Non poteva durare. Non riuscivano ad organizzarsi, non riuscivano a reagire. Era vero che avrebbero preso tempo, ma quanto? Un paio di giorni al massimo. Colui Che Non Deve Essere Nominato poteva contare su un numero enorme di sottoposti, ci avrebbe messo pochissimo a ridistribuire i compiti. Poi sarebbero venuti a cercarli. Era stato un vero miracolo quello che era capitato: salvarsi tutti e quattro. Quante volte poteva ancora succedere?
Incrociò lo sguardo di Alice, che gli rivolse un caldo, doloroso sorriso. Avrebbe voluto abbracciarla, avrebbe voluto dirle quanto era bella e quanto l’amasse. Ogni secondo, quella sera, gli sembrava potesse essere l’ultimo. Era solo grazie a lei, alla sua gioia di vivere, alla sua espressione gioviale e serena che riusciva a combattere giorno per giorno, convinto in quello che faceva, senza cadere nella più nera disperazione.
“Quando ci verranno a prendere, gli altri?” domandò Lily con tono pragmatico, mentre versava dell’altro succo di zucca a tutti. Le sue mani erano pallide alla luce dell’incantesimo, come quelle di un morto. Frank batté le palpebre per allontanare l’immagine dalla mente. Alice scosse la testa. Aveva un’aria terribilmente stanca. Il suo viso, solitamente roseo, rotondo e paffuto era pallido e tirato, gli occhi eccessivamente grandi. Frank si rese conto che era qualche giorno che sua moglie aveva quell’aspetto sciupato, ora esacerbato dai postumi della battaglia. Lo stress e la consapevolezza di non essere in grado di mutare gli eventi non stavano avendo effetto solo su di lui.
“Non ne ho idea. Se Malocchio ha preso in mano le redini dell’operazione, potrebbe anche lasciarci qui per giorni in attesa che si calmino le acque.” Alice conosceva bene Moody. Era la sua preferita, l’Auror più talentuoso, ai suoi occhi, perciò passava molto tempo con lui a preparare piani complicati per identificare le spie all’interno del Ministero. Nell’udire quella risposta tutti si rassegnarono ad una lunga attesa quasi sedutastante.
“Paranoico” commentò stancamente James. Poi si tolse gli occhiali e li fissò per un lungo istante, chiedendosi se valesse la pena ripararli e non passare l’attesa guardando il mondo attraverso lenti distorte.
“Sarà anche paranoico, ma se avesse pianificato lui la sortita non ci saremmo trovati tanto in pericolo” rispose calma Alice. “Oculus reparo” aggiunse poi muovendo con grazia la sua bacchetta e sollevando James dal dilemma.
“Ah, voi Auror…” sospirò l’uomo, rigirandosi in mano gli occhiali.
“Noi Auror cosa ?”
“Avete scelto proprio un bel lavoro.”
“Non faccio questo solo perché è il mio lavoro” replicò Alice “Lo faccio perché voglio proteggere il nostro futuro. E’ per questo che voglio combattere.”
Lily fissò per un lungo momento la sua amica, mentre lentamente appoggiava la bottiglia sul vecchio tavolo consumato dai tarli. Sapeva a cosa stava pensando. Se avessero detto ai loro mariti quello che finora solo loro due sapevano, sarebbero state escluse da tutte le missioni a seguire. Anche lei voleva combattere. Eppure, ora, avevano qualcun altro da proteggere. Afferrò con sicurezza il suo bicchiere. Il vetro freddo sotto le dita le causò un brivido.
“Un altro brindisi. L’ultimo, per me e Alice.” James e Frank si scambiarono un’occhiata perplessa, mentre Alice annuiva. I due uomini sollevarono esitanti il bicchiere.
“Un brindisi a tutti quelli che hanno qualcosa d'importante da proteggere.” La voce di Lily era ferma, lo sguardo serio. Non era come lo scherzoso brindisi di poco prima.
I bicchieri tintinnarono ancora una volta. Frank sentiva il cuore avvolto da un cerchio di spine mentre fissava Alice vuotare quel bicchiere.
“Perché l’ultimo, Lil?” chiese, con un fil di voce. La donna gli rivolse un radioso sorriso. Anche lei era visibilmente stanca, eppure in quel momento non sembrava nemmeno fosse reduce di un’aspra battaglia.
“E’ curioso che sia successo ad entrambe nello stesso periodo. Lo abbiamo appena scoperto” rispose con tono allegro. Alice sorrise dolcemente a quelle parole. Distrattamente si posò una mano sul ventre mentre parlava.
“Ormai era tardi per affidare il nostro compito a qualcun altro, ma questa sarà la nostra ultima missione. Almeno fino a che i bambini non saranno nati.”
Un lungo silenzio seguì quelle parole. La notte all’improvviso non sembrò più a Frank scura e terribile. Persino la flebile luce proveniente dalla bacchetta di Lily gli parve una stella bellissima e luminosa. Incontrò per un momento lo sguardo di James, colmo di sorpresa e di gioia. Un’energia che non credeva nemmeno di possedere pervase ogni fibra del suo corpo. Sarebbe diventato padre. Padre in un mondo dominato dal terrore. Ora più che mai desiderava stanare e catturare ogni singolo Mangiamorte del mondo magico. Con impeto abbracciò Alice. S’era messa in pericolo nonostante sapesse della sua condizione, avrebbe potuto morire e con lei sarebbe morto anche il bambino. Eppure non riusciva a essere arrabbiato.
“Quando nasceranno?” domandò, stringendola come se avesse potuto sfuggirgli per sempre, come nebbia al sole del mattino.
“A fine luglio, probabilmente” rispose lei. Appoggiò la testa nell’incavo tra il collo e la spalla del marito, felice di sentirlo vicino, solido e reale come sempre. James baciò Lily, altrettanto colmo di gioia per la buona novella.
“ E così, Frank, saremo genitori! Potremmo far giocare i bambini insieme. Saranno praticamente coetanei, ci pensi? Sarà divertente.” Frank annuì. Sarebbe stato bello far crescere i loro figli in un mondo dove non ci sarebbe stato bisogno di guardare il proprio collega con sospetto, un mondo dove i figli dei maghi avrebbero condiviso i banchi con ragazzini nati nel mondo babbano ma dalle grandi capacità magiche. Accarezzò i capelli di Alice e sorrise, senza tensione o paura, determinato e fiero delle sue scelte.
“Vorrà dire che fino a luglio io e James combatteremo anche per voi. Fino a luglio noi proteggeremo il futuro e voi proteggerete i nostri figli".
Il mattino era soleggiato, l’aria frizzante, il sole alto brillava sulle verdi foglie degli alberi che adornavano il cimitero.
Il dolore era quasi straziante mentre Alice fissava quelle due tombe, l’immagine resa sfocata dal suo stesso pianto. Le parole d'encomio del Ministro della Magia sfioravano appena la mente della donna: si sentiva come se le proprie orecchie fossero piene d’ovatta. Non riusciva neppure a vedere chi fosse presente al funerale. I suoi occhi erano così colmi di lacrime da impedirle una chiara percezione del mondo. Sapeva che un numero incredibile di persone era giunto fino a quel piccolo cimitero per dare l’estremo saluto ai coraggiosi genitori del bambino che aveva migliorato le vite di tutti. Ma in quel momento possedeva solo due certezze: la mano di Frank che stringeva forte la sua e il soffice corpo di Neville, addormentato contro il suo petto. Continuava a chiedersi il perché di quella disgrazia. Mentre il mondo magico aveva festeggiato a lungo e con gioia la dipartita di Colui Che Non Deve Essere Nominato, il suo cuore aveva provato solo intenso, terribile dolore per la perdita di due così cari amici.
Si strinse al petto Neville e liberò la mano dalla stretta di Frank in modo da potersi asciugare gli occhi. Non era più il ministro a parlare, ora. Albus Dumbledore, solenne come pochi maghi riuscivano ad essere, stava tenendo un discorso. Alice non se n’era nemmeno accorta e non riusciva a concentrarsi sulle parole del saggio mago. Continuava a pensare a Lily, alla gravidanza passata insieme e al parto così vicino al suo. Come avrebbe fatto il piccolo Harry senza quei meravigliosi genitori? Gli occhi le si riempirono ancora di lacrime, le allontanò con un gesto veloce per poi abbassare lo sguardo su suo figlio. Dormiva pacifico, inconsapevole del fatto che due persone meravigliose avessero appena lasciato il mondo terreno e che un bambino che avrebbe potuto essere suo amico fosse stato portato via. Alice accarezzò dolcemente le guanciotte di Neville. Almeno lei, avrebbe fatto del suo meglio per crescere suo figlio in quel mondo nuovamente libero.
Rasserenata dalla vista del piccolo così placido tra le sue braccia poté finalmente ascoltare le parole di Dumbledore.
“Mamma, per favore, potresti portare a casa Neville e restare con lui fino a sera? Io e Alice abbiamo del lavoro da sbrigare, al ministero.”
Il funerale era finito ormai, un fiume di persone si dispiegava sul sentiero che dal cimitero portava alle Passaporte, istituite dal ministero per permettere a tutti di rendere omaggio agli eroi caduti. La signora Augusta Longbottom fissò per un lungo momento il nipote prima di prenderlo dalle braccia di Alice.
“Persino oggi, Frank? Non faresti meglio a tornate subito a casa? Lavori decisamente troppo.” Solitamente la voce severa di Augusta, persino durante quei rimproveri, era colma d'una nota d’orgoglio. Quella volta era asciutta e colma di disapprovazione, contribuendo a far sentire Frank e Alice terribilmente in colpa.
“Non possiamo fare altrimenti, mamma. Abbiamo ancora molti Mangiamorte da catturare e delle deposizioni da registrare. Bisogna battere il ferro finché è caldo. Tornerò a prendere Neville appena finito il turno”. L’anziana donna non rispose. Si limitò a fissare per un momento il figlio e la nuora prima di girare sui tacchi ed allontanarsi con il piccolo Neville.
“Aspetta un attimo, Frank” sussurrò Alice quando il marito accennò, seppur malvolentieri, ad allontanarsi dalle tombe.
”Cosa c’è?” La donna fissò per un istante ancora il luogo dove Lily e James avrebbero riposato per sempre. Non desiderava andare in ufficio. Si sentiva debole e svuotata da tutte le lacrime che aveva versato.
Eppure, anche per loro aveva il dovere di trovare la forza e andare avanti. Di continuare a proteggere il futuro.
“Nulla. Andiamo.” Prese per mano il marito e insieme cominciarono ad allontanarsi lungo il soleggiato sentiero, senza però smettere di pensare alle tombe che s’era lasciata alle spalle.
Era tardi ormai quando i coniugi Longbottom, provati dal lutto e dalla lunga giornata di lavoro, giunsero in prossimità della loro abitazione. Procedevano mano nella mano, entrambi coscienti del desiderio dell’altro d'essere sostenuto, di sentire vicina la persona amata. Erano talmente spossati da temere di lasciare quel solido appiglio: sarebbero certamente caduti a terra e non avrebbero trovato la forza di rialzarsi.
Frank guardò il cielo sopra la sua casa, il cuore colmo di malinconia e gioia.
La notte non era più maligna né spaventosa. Sarebbe presto tornata il rifugio degli amanti, le stelle erano già diventate meno distanti.
Ma il prezzo da pagare era stato alto. Troppo alto. Dolorosi ricordi l’assalirono facendogli mancare la terra sotto i piedi. Strinse più forte la mano di Alice.
Molti dei loro compagni erano caduti, soverchiati dalle forze di chi non voleva proteggere un futuro libero, ma dominarlo con la paura. Molti di quei criminali ora attendevano di essere giudicati. Quanto s’era dovuto trattenere, durante gli interrogatori, dallo stringere tra le mani il collo di quegli schiavi della morte. Aveva strappato dalle loro bocche nomi su nomi, le stesse labbra che avevano pronunciato incantesimi oscuri ora imploravano pietà e tradivano i propri compagni. L’unica cosa che gli dispiaceva era di non essere stato lui a catturare Black, il traditore tra i traditori. Quanto aveva desiderato vendicare gli innocenti ingiustamente assassinati, i membri dell’Ordine della Fenice e, sopra tutti, due cari amici, morti per proteggere il bimbo che li aveva liberati dal più oscuro dei maghi.
Per ogni giorno della sua vita avrebbe dovuto ringraziare James e Lily. Avrebbe dovuto ringraziare il loro bambino, il piccolo Harry. Grazie ai Potter anche Neville sarebbe cresciuto libero. Avrebbe voluto vedere Harry dopo quei tristi eventi, magari tenerlo con sé. Lo avrebbe cresciuto come un figlio. Invece Dumbledore aveva deciso di affidarlo ad una coppia di parenti Babbani. Era la decisione giusta, ma gli bruciava dentro come e più di tutte le ferite dell’anima che gli erano state inferte in quegli anni terribili: in quei mesi si era divertito a chiacchierare con James sulle partite di Quidditch che avrebbero fatto tutti insieme, una volta passato il pericolo, invece James non avrebbe mai più volato e Harry non ne avrebbe avuta l’occasione prima di molti anni. Gli si chiuse la gola a quel pensiero, ma l’aria era di nuovo piacevole da respirare e non si sentì soffocare: provò, in tutta la sua completezza, la profonda tristezza della perdita. Ed in fondo a quel profondo lago di lacrime, trovò una perla di determinazione e speranza. Si sentiva in dovere d’assaporare ogni singolo istante della sua vita, per l’occasione che gli era stata data tramite gli altrui sacrifici.
Frank e Alice Longbottom s’avvicinarono alla loro abitazione, entrambi ansiosi di riabbracciare il loro piccolo tesoro.
Ma la notte per loro non aveva ancora smesso d'essere foriera di disgrazie.
Sono dovunque dovunque sono dovunque e arrivano con le tenebre. Eccoli eccoli di nuovo non ci lasciano in pace in pace. Devo combattere proteggere il mio bambino Frank proteggerà il futuro ha promesso di farlo io devo pensare al bambino chi sono chi sono chi sono chi siete? Frank dove sei, dove sei, mi hai lasciata sola dove sei qui è tutto buio c’è un uomo accanto a me dove sei dove sei ti hanno preso ti hanno già preso non lasciarmi sola devo proteggere il bambino il futuro Frank…
“Ciao mamma.”
Quel bambino chi è quel bambino devo proteggere il mio devo proteggere perché mi chiama mamma perché piange devo proteggere il mio futuro. Arrivano e sono ovunque devo proteggere. Il bambino piange non piangere quando arrivi tu non arrivano loro forse sei un bambino magico magico speciale. Se faccio piano piano forse non mi vedono forse non mi vedono voglio ringraziare il bambino magico che porta via la tenebra non andare via non andare ancora se faccio piano non mi vedono tieni questo amuleto speciale ti protegge è speciale.
“Molto bene, Alice Cara, molto bene… prendilo, Neville, qualunque cosa sia”.
Grazie bambino speciale grazie di mandarli via ora vado a proteggere il mio bambino vado torna presto torna loro sono dovunque dovunque dovunque…
“Grazie, mamma”.
…dovunque dovunque dovunque.
